ASTRONEWS E APPROFONDIMENTI - 2024
2024 / 12 / 18
"FINESTRA SUL COSMO": la puntata odierna della rubrica pubblicata sullo storico quotidiano Il Piccolo è oggi dedicata al più vicino al Sistema Solare tra gli ammassi stellari aperti: le Iadi, la cui caratteristica forma delinea addirittura parte di una costellazione di rilevanza storica e preistorica: Taurus. Di contorno, la stupenda foto del gruppo stellare realizzata dall'astrofotografo Alessandro Cipolat Bares (Centro Studi Astronomici Antares Trieste) dalla Valle d'Aosta. Testo di Stefano Schirinzi e Rossana Monaco (Centro Studi Astronomici Antares Trieste), la quale ha curato anche la revisione.


Posizione delle Iadi in Taurus; crediti dell'immagine: Sky&Telescope/IAU/CSAAT
2024 / 12 / 11
"GIORNATA NAZIONALE DELLO SPAZIO 2024": anticipando l'evento di qualche giorno, istituito dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri nel 2021, ieri presso il Centro Astronomico di Fiume (HR) si è tenuto un interessante evento didattico con la partecipazione degli astrofisici Dr. Paolo Romano e Dr. Javier Alonso (INAF-Osservatorio Astronomico di Catania) che hanno intrattenuto il pubblico presente con una bellissima ed aggiornata relazione sul Sistema Solare dal titolo "Sotto lo stesso cielo: la volta celeste non ha confini". Di contorno, uno stupendo filmato introduttivo alla scienza astronomica nel quale la Via Lattea australe con Scorpius allo zenit e un incredibile brillamento solare hanno fatto letteralmente da padrone. Infine, nella terrazza antistante il Centro Astronomico, attraverso un bellissimo C9 portato direttamente dalla Sicilia, i due astronomi hanno entusiasmato i presenti mostrando la Luna e Giove con i suoi satelliti. Come sempre, un sentito ringraziamento agli amici del Akademsko Astronomsko Društvo - Rijeka per la loro sempre straordinaria ospitalità.
Foto: Gigliola Antonazzi (Centro Studi Astronomici Antares Trieste)
2024 / 12 / 10
BRILLAMENTO SOLARE X2.2: il 2024 continua a essere un anno di massimo di attività solare nell'ambito del ciclo undecennale, almeno per quanto riguarda l'emisfero Sud del Sole. Un brillamento di classe X (la più intensa) è avvenuto oggi. E' il primo brillamento X dopo circa un mese di pausa. Di livello X2.2, questo flash di luce è stato prodotto nella mattina di oggi 8 Dicembre alle 09:06UT, ovvero le 10:06 italiane.
Il brillamento di oggi, nonostante sia durato solo minuti, è associato a una CME cioè a un'eruzione di materiale solare nello spazio. La CME probabilmente non investirà la Terra (perché la regione attiva in questione, 3912, in questi giorni si trova presso il lato destro del Sole, dove sta per tramontare a causa della rotazione del Sole su se stesso). Questa eruzione quindi non causerà una tempesta geomagnetica, per cui non si avranno eventi di aurora polare così intensi da essere visibili a medie latitudini. Più interessanti, da questo punto di vista, potrebbero essere in questi giorni le regioni attive 3916-17, moderatamente instabili ma centrali sulla faccia rivolta alla Terra. In ogni caso, in questo mese lontano dagli equinozi le tempeste geomagnetiche hanno probabilità dimezzata rispetto ai periodi equinoziali.
I MASSIMI DEI DUE EMISFERI: le regioni attive di questi giorni si trovano tutte vicino all'equatore, confermando che il Sole è ancora in periodo di attività abbastanza alta. Precisamente, esse si trovano nell'emisfero Sud. La netta prevalenza di attività solare dell'emisfero Sud, specie vicino all'equatore, persiste da Primavera, e l'attività solare è stata particolarmente intensa in Estate, attorno ad Agosto. Di conseguenza è molto probabile che in quest'anno si stia avendo il periodo di massimo dell'emisfero Sud, con un picco avvenuto attorno ad Agosto 2024 (la determinazione definitiva del momento di picco richiederà una media di dati presi per vari mesi).
E' abbastanza frequente in un ciclo solare che il periodo di massima attività di un emisfero non sia sincronizzato con quello dell'altro emisfero, per cui il ciclo ha due picchi, spesso in due anni diversi. Secondo una teoria innovativa del ciclo solare, nello strato convettivo (quello di cui la fotosfera è la superficie esterna, e in cui il plasma è fluido), ognuno dei due emisferi costituirebbe una supercella convettiva: In questa supercella, nel corso di circa 11 anni, il plasma compirebbe un ciclo completo, trascinando con sé il campo magnetico dal polo all'equatore e poi di nuovo al polo. Questa teoria spiega in modo naturale non solo il ciclo solare, ma anche una certa indipendenza fra i due emisferi, e in particolare il fatto che i loro cicli possano essere non esattamente sincronizzati.
Il massimo dell'emisfero Nord è già avvenuto o deve ancora arrivare? Da una parte, all'inizio del 2024 l'emisfero Nord ha avuto alta attività, per cui il suo massimo potrebbe essere già passato; ma si è trattato di attività non altissima e durata solo pochi mesi. D'altra parte, dato che in questo ciclo solare, cominciato circa a inizio 2020, sono passati solo 5 anni su 11 (la durata media di un ciclo solare), sembra più probabile che il periodo di massimo dell'emisfero Nord debba ancora arrivare, nel 2025. ll Sole presenterebbe quindi nell'anno venturo un secondo picco di attività e una nuova serie di eventi particolarmente interessanti.

2024 / 12 / 05
A un anno dalla scomparsa dell’amico Edoardo “Edi” Donda, il Presidente del Centro Studi Astronomici Antares Trieste, Stefano Schirinzi, gli ha reso omaggio con una cerimonia alla quale ha partecipato un nutrito numero di persone, amici di Edi e soci del nostro Centro Studi. Nell'occasione, la vedova Prof.ssa Susanna Zecchin, ha voluto omaggiare l'Associazione con il telescopio Maksutov Skywatcher 180/2700 posseduto da Edi, del quale sono state esposte le caratteristiche tecniche e le attività nelle quali lo strumento verrà utilizzato, tra cui vi è la didattica per le scuole.
Ringraziamo di cuore la Prof.ssa Zecchin e condividiamo con lei la convinzione che il telescopio di Edi sia in buone mani. Siamo certi che questo dono potrà aiutare altre persone a innamorarsi delle meraviglie del Cosmo, ricordandoci sempre un amico pervaso da una grande passione per cielo.
2024 / 12 / 04
FINESTRA SUL COSMO: protagonista di questa uscita odierna della rubrica presente nel quotidiano "Il Piccolo" una descrizione approfondita sulla straordinaria istantanea realizzata dall’astrofotografo Maurizio Cabibbo (Centro Studi Astronomici Antares Trieste) da Casole val d’Elsa (SI): la luminosa stella Navi (γ Cassiopeiae), la sua erratica variabilità e gli impressionanti “fantasmi” resi da questa visibili nel vicino apparato nebulare, con un particolare di non poco conto che rende ancora più straordinaria la ripresa: la sfera di Strömgren che avvolge la stella centrale di Cassiopeia. Testo di Stefano Schirinzi e revisione a cura di Rossana Monaco (Centro Studi Astronomici Antares Trieste).

2024 / 12 / 04
"SGUARDI NEL BUIO DEGLI ANNI-LUCE - LA FOTOGRAFIA ASTRONOMICA TRA SCIENZA E ARTE": a distanza di qualche giorno dalla chiusura, ringraziamo il numerosissimo pubblico che ha vistato la mostra “Sguardi nel buio degli anni-luce: la fotografia astronomica tra Scienza e Arte”, coorganizzata assieme al Comune di Trieste - Assessorato di Politiche della Cultura e del Turismo e realizzata con il contributo di ZBK e COOP Alleanza 3.0. E un sentito ringraziamento va al negozio Foto Mauro per la professionalità attuata nella stampa dei pannelli, cosa tutt'altro che scontata su soggetti astronomici. La mostra ha espresso a pieno il potenziale della moderna fotografia astronomica, esibendo meraviglie cosmiche di entrambi gli emisferi celesti, boreale e australe. Parimenti, la qualità della divulgazione attuata ha riscontrato ottime recensioni da parte di scolaresche, astrofisici e pubblico generico.
La lettura dei numerosi commenti scritti nel registro, pieni di emozione da parte di persone di ogni età, il passaparola, le visite ripetute da parte di alcuni, le molte domande interessanti che ci sono state poste e la disponibilità a passare del tempo con noi ad ammirare sia le stampe che le proiezioni, ci riempiono di orgoglio e ci stimolano a impegnarci ulteriormente.
Un grande ringraziamento va a tutti i soci del Centro Studi Astronomici Antares che hanno realizzato questa mostra, rendendola unica nel panorama astronomico nazionale, per numero, qualità e valore scientifico del materiale iconografico e didattico esposto. Ringraziamo, dunque, tutti i soci del nostro Centro Studi che hanno collaborato all’allestimento della mostra, curato gli aspetti organizzativi e mediatici, offerto il loro tempo per accogliere il pubblico e messo a disposizione la loro esperienza per accompagnare i visitatori nelle visite guidate.
Infine, porgiamo il più sentito ringraziamento a tutti gli astrofotografi che hanno creduto in questo progetto e con la loro straordinaria passione, dedizione, conoscenza, tecnica e tanto lavoro ne hanno permesso la realizzazione.
2024 / 11 / 06
"LE COMETE, MOSTRI STRAVAGANTI DALLA GLORIA EFFIMERA": nel corso dello scorso mese di Ottobre, ben due comete - C/2023 A3 (Tsuchinshan-ATLAS) e C/2024 S1 - hanno attratto l'attenzione mediatica oltre a quella degli addetti in campo astronomico. In questo numero della rubrica "Finestra sul Cosmo", pubblicato nel quotidiano giuliano Il Piccolo, un approfondimento curato da Stefano Schirinzi (Centro Studi Astronomici Antares Trieste) sulla natura e il bizzarro comportamento non solo delle due comete in questione ma dell'intera categoria di tali oggetti: certamente, tra i più affascinanti che la volta celeste possa offrire all'osservazione effettuata ad occhio nudo, con binocoli e telescopi nonché alla resa in fotografia. Revisione a cura di Rossana Monaco (Centro Studi Astronomici Antares Trieste).

2024 / 10 / 23
"FINESTRA SUL COSMO": come e quando nacquero le costellazioni? Da dove derivano quelle oggi universalmente accettate? Quale la loro importanza e il loro uso? In questo nuovo numero della rubrica dedicata all'Universo pubblicata nel quotidiano giuliano Il Piccolo, un excursus tra storia e rappresentazioni del cielo stellato. Testo di Stefano Schirinzi e Rossana Monaco (Centro Studi Astronomici Antares Trieste), la quale cura anche la revisione.

2024 / 10 / 21
COME OSSERVARE LA COMETA - AGGIORNAMENTO AL 21/10: CODA DI 5-10 GRADI ANCORA VISIBILE AD OCCHIO NUDO: finalmente abbiamo qualche serata serena con ore senza Luna. La cometa C/2023 A3 è scesa di brillantezza a magnitudo 4 ma, in certe condizioni, è ancora visibile a occhio nudo.
Prima di tutto è necessario un luogo d'osservazione ad almeno 15Km dalle luci cittadine, possibilmente in Slovenia, con visuale a Ovest a partire da 10° (un pugno a braccio teso) (massimo 20°) sopra l'orizzonte (in campagna sarà facile trovare un campo con questi requisiti).
Anche se la cometa può rendersi visibile già alle 19, l'ora ideale è 19:30: a quell'ora il crepuscolo è praticamente terminato, c'è ancora assenza di chiaro di Luna, e la cometa è ancora alta (25° sull'orizzonte, sopra la foschia). La cometa sarà facile da trovare usando la app gratuita Stellarium per cellulare o la mappa allegata.
In queste condizioni la cometa è ancora visibile a occhio nudo con visione diretta, inclusa la coda che appare lunga 5-10°, con intensità paragonabile alla Via Lattea. La cometa appare più intensa alla visione laterale (cioè guardando un punto del cielo distante qualche grado dal soggetto). In binocolo è vivida e con la coda molto "piena" (anche in questo caso la visione laterale aiuta). Per chi ha telescopio, il nucleo appare molto chiaro e la coda larga e piena.
Alle 20:30 la cometa si è abbassata a 15 gradi cominciando ad abbassarsi nella foschia, specie se la serata è umida. Oggi 21 Ottobre il cielo sarà senza chiaro di Luna fino alle 20:40 (sorgiluna). I giorni seguenti avremo sempre più ore senza Luna (ogni giorno la Luna sorge circa un'ora più tardi), mentre la cometa diventerà progressivamente più debole in quanto più lontana, e fra qualche giorno sarà visibile solo in binocolo anche se ancora notevole.
La cometa appare molto lunga in foto, anche in un semplice scatto di pochi secondi con fotocamera su treppiede (vedere la foto allegata scattata ieri dall'autore, i dati di scatto sono nell'immagine). Si può ottenere un buono scatto anche con un cellulare in modalità notturna, sempre su treppiede (GR).

C/2023 A3 ripresa da Giorgio Rizzarelli (Centro Studi Astronomici Antares Trieste)

Posizione di C/2023 A3 al 21/10 in Ophiucus
2024 / 10 / 16
"CIELO PROFONDO - SH2-170": i ricchi campi galattici presenti in Cassiopeia sono intrisi da un gran numero di oggetti dalla natura nebulare. Uno tra i più curiosi è certamente SH2-170, nebulosa ad emissione che, per la sua forma, è nota nel panorama degli amatori del profondo cielo col nomignolo di nebulosa "piccola rosetta". A tutti gli effetti, l’aspetto è davvero simile a quello della ben più nota NGC2237 in Monoceros.
Lontana circa 7.500 anni luce dal Sistema Solare, tale nebulosa giace nel braccio galattico di Perseus. L’astrofotografo Zlatko Orbanić (Centro Studi Astronomici Antares Trieste) è riuscito ad immortalare la nebulosa in questa bella ripresa, ricca di dettagli, utilizzando filtri H-Alpha e OIII. La nebulosa si estende per circa 20’, pari a 2/3 del diametro apparente della Luna piena; considerando la distanza, il diametro reale della nebulosa risulta essere di circa 43 anni luce.
Sebbene le sue dimensioni apparenti siano tutt’altro che piccole, la luminosità superficiale di Sh2-170 è molto debole a causa del notevole assorbimento attuato dalle polveri galattiche che giacciono lungo la visuale; ciò rende tale oggetot relativamente sconosciuto ai più. Essa è resa incandescente da BD+63 2093, una caldissima stella di tipo O95 (38.000 K) luminosa quasi 10 mila volte il Sole: posta quasi al centro geometrico della nebulosa, ne ionizza l'idrogeno - l’elemento di cui è composta per la gran parte - portandolo ad emettere la caratteristica luce rossa a 656 nm. La radiazione della stella è anche responsabile del “buco” attuato sulla componente gassosa, sospinta radialmente verso l’esterno.
BD+63 2093 è la componente più massiccia e luminosa dell’ammasso stellare aperto Stock 18, le cui restanti componenti si stagliano sulla nebulosa stessa. Tale gruppo stellare è situato al di sopra del piano mediano galattico; studi condotti sul moto delle sue componenti mostrano che Stock 18 si muove lungo una direzione diversa rispetto a stelle circostanti e molto più antiche: anomalia che potrebbe essere forse dovuta alla stessa massa del braccio galattico di Perseus in cui il sistema immerso. Nella parte più centrale è presente una componente più verdastra, quella emessa dall’ossigeno, anch’esso ionizzato dall’intensa radiazione dell’astro centrale. Prestando attenzione alla ripresa, è possibile notare anche la presenza di dense polveri distribuite in noduli o filamenti appena percettibili.
Dati tecnici della ripresa:
autore: Zlatko Orbanić, Pula (HR); telescopio: newton Truss 254mm, F/3.8; CCD: Moravian G2 4000; pose/filtri: 31x300'' H-Alpha + 24x300'' OIII

2024 / 10 / 15
NGC300: questa bellissima foto ripresa dall’astrofotografo Alessandro Cipolat Bares (Centro Studi Astronomici Antares Trieste) dagli oscuri cieli della Namibia, ritrae NGC300, splendida galassia a spirale. Vicinissima, a soli 6 milioni di anni luce dalla nostra Via Lattea; potremmo dire, appena fuori dal Gruppo Locale di galassie. Situata entro i confini siderali di Sculptor, ad una declinazione di -37°, è quindi un oggetto tipicamente australe, che alla latitudine di Trieste si eleva al transito meridiano per poco più di 7°; trattandosi di una delle più belle galassie presenti nella volta celeste, Alessandro ha quindi deciso quindi di fotografarla nella sua ultima spedizione all’osservatorio astronomico Tivoli Astro Farm, nel Paese sudafricano. E il risultato ottenuto è davvero superbo.
Prestando infatti attenzione a NGC300, tralasciando le luminose stelle in primo piano appartenenti alla Galassia, è possibile notare una risoluzione tale da distinguere dettagli di una certa rilevanza. In primis, il nucleo galattico, di apparenza quasi stellare.
Nella regione centrale, la cui popolazione di vecchie ed evolute stelle è ben delineata dalla netta colorazione giallo – arancione, è netta la presenza di dense polveri disposte a mo di spirale, similmente alle braccia presenti nel disco, pur non arrivando direttamente nella regione nucleare della galassia. Nelle braccia a spirale, numerose le associazioni OB, gran parte delle quali disposte alle estremità delle lunghe braccia a spirale. Nonostante NGC300 sia lontana milioni di anni luce, la risoluzione di questa ripresa è tale da permettere di distinguere addirittura le singole stelle più luminose sparse nel disco galattico: evidentemente, giganti e supergiganti evolute ma anche giovani e massicce supergiganti blu ad elevata luminosità intrinseca, senza contare la presenza di variabili pulsanti di tipo cefeide tramite le quali la distanza di questa galassia è stata stimata con sempre maggiore precisione.
Sembra che popolazioni di stelle intrinsecamente luminose e giovani si siano nate in NGC300 solo pochi milioni di anni fa; la loro radiazione, assieme ai violenti venti stellari emessi da queste, hanno modellato molte delle nubi gassose (essenzialmente idrogeno, qui non visibile in quanto il filtro H-Alpha non è stato utilizzato) creando dei vasti anelli: uno di questi, composto da gas molto caldo, si rende ben visibile poco a sinistra del centro galattico.
Pur risultando all’apparenza ben definiti, è impossibile stabilire quali siano i limiti visuali della materia visibile di questa ed altre galassie: a tenere compatto il sistema vi sarebbe, infatti, la presenza di una componente invisibile della materia, detta per l’appunto “oscura”, evidenziata dalla velocità di rotazione in funzione della distanza dal centro, curva che non mostra alcuna caduta di tipo kepleriano ai limiti delle isofote galattiche, al contrario di quanto ci si aspetterebbe. Assieme ad NGC55, una galassia irregolare e vicina sia sulla svolta celeste che nello spazio, NGC300 sembra costituisca una coppia di galassie legata gravitazionalmente. Entrambe sembra giacciano a metà strada tra la Via Lattea e il cosiddetto Gruppo di galassie di Sculptor, situato a 12,7 milioni di anni luce, del quale la nota NGC253 “moneta d’argento” è il membro più luminoso e massiccio.
Nell'angolo in alto a sx, apparentemente poco staccate da NGC300, le due deboli e lontane P3295 e P3299 a dominare il loro gruppo di galassie.

Nuovo paragrafo

Ripresa in H-alpha eseguita ai telescopi ESO che mette in evidenza la presenza di vaste nubi e bolle di idrogeno sparse nelle braccia a spirale di NGC300

Ripresa combinata in luce UV (componente azzurra dell'immagine), ad opera del telescopio spaziale GALEX, e del telescopio da 100" del Carnegie Institution of Washington installato a Las Campanas (componente gialla) che mette in evidenza il gran numero di stelle di ultima generazione, caldissime e massicce, sparse nelle braccia a spirale di NGC300, nettamente differenti da quelle più vecchie presenti nel bulge centrale

Nuovo paragrafo
2024 / 10 / 15
𝗖/𝟮𝟬𝟮𝟯 𝗔𝟯 (𝗧𝗦𝗨𝗖𝗛𝗜𝗡𝗦𝗛𝗔𝗡-𝗔𝗧𝗟𝗔𝗦) - 𝗔𝗚𝗚𝗜𝗢𝗥𝗡𝗔𝗠𝗘𝗡𝗧𝗜: come previsto, dopo aver raggiunto la massima luminosità tra il 10 e il 12 ottobre, in occasione del raggiungimento della minima distanza dalla Terra, la cometa ha continuato ad allontanarsi dal Sole, intersecando il piano orbitale terrestre: tale occasione ha permesso alla cometa di esibire una notevole anticoda, rara struttura qui ben visibile nella straordinaria ripresa ad opera degli astrofotografi Jäger, Hochart e Burgenland.
Ricordiamo che la cosiddetta anticoda è nulla di più che un'illusione, sviluppata dalla presenza dei detriti di più grosse dimensioni che la cometa si lascia dietro e che non vengono trasportati radialmente verso l'esterno dal vento solare come accade, invece, per componenti più fini di polveri e gas. Detriti e particelle rilasciati si dispongono quindi a formare una struttura che, all'apparenza, sembra essere la punta della cometa, rivolta verso la direzione del suo moto. In realtà, l'anticoda appare solo nella determinata situazione orbitale sopra descritta, tendendo a scomparire in breve periodo.
Le altre due foto di C/2023 A3 (Tsuchinshan-ATLAS) sono state riprese la scorsa notte dall'astrofotografo Alessandro Cipolat Bares (Centro Studi Astronomici Antares Trieste) dai cieli della Valle d'Aosta; l'autore ha descritto la cometa come "all'improvviso il cielo sì è aperto all'orizzonte, tra nuvole e pioggia...uno spettacolo meraviglioso, bellissima da osservare, una coda lunghissima e luminosa!".
C/2023 A3 (Tsuchinshan-ATLAS) splende ora di magnitudine apparente 1,5, transitando tra le stelle di Serpens, non lontana dall'ammasso stellare globulare M5. Raccomandiamo agli astrofotografi di riprendere questo passaggio ravvicinato che sarà certamente spettacolare: a tal fine pubblichiamo una mappa estratta da sito astro.vanbuitenen.nl

crediti dell'immagine: Jäger, Hochart, Burgenland

crediti dell'immagine: Alessandro Cipolat Bares (Centro Studi Astronomici Antares Trieste)

crediti mappa: astro.vanbuitenen.nl
2024 / 10 / 11
2024-10-10, AURORA BOREALE-SAR OSSERVATA ANCHE DA TRIESTE ATTRAVERSO LE NUVOLE: lo spettacolare fenomeno che quest'anno si sta rendendo spesso visibile anche alle nostre latitudini grazie alla notevole attività solare in corso, è stato fotografato anche attraverso qualche apertura tra le nubi e la pioggia di ieri sera dal capoluogo giuliano, in particolare dalla frazione carsica di Contovello/Kontovel dove Jan Pohlen (Centro Studi Astronomici Antares Trieste) ha colto l'occasione di poter catturare, attendendo con pazienza. E il risultato è arrivato.
Quando particelle cariche (essenzialmente, protoni) espulse dal Sole attraverso un'espulsione di massa coronale (CME) giungono sulla Terra, esse interagiscono con il campo magnetico del pianeta, provocando la comparsa dell'aurora boreale, spesso corredata da pilastri luminosi (pillars), e del meno noto arco stabile aurorale (SAR). L'urto tra le particelle cariche ed atomi di vari elementi presenti nell'atmosfera terrestre trasferisce parte della loro energia, rilasciando lampi di luce il cui colore dipende dalla quantità di energia trasferita nel processo. Dal momento in cui gli atomi hanno a disposizione vari livelli di energia, essi possono quindi assorbire diverse quantità di energia da protoni ed elettroni solari in arrivo dal Sole.
Ogni singolo atomo di ossigeno che collide con tali particelle cariche assorbe la stessa quantità di energia, emettendo quindi luce sempre alla stessa frequenza ovvero stesso colore. In tale contesto, solo l'ossigeno presente ad elevate altitudini, generalmente attorno ai 250-350 chilometri (dove l'atmosfera è meno densa), emette la tipica luce rossa osservata in questi fenomeni.
Le tempeste solari di maggiore portata, come quelle in corso in questi ultimi mesi e la G4 di ieri sera, che rilasciano più energia nella magnetosfera, danno tipicamente luogo a colorazioni più rosse o rosa-violacee; in tale contesto, è proprio la variazione della densità nei vari strati atmosferici a giocare un ruolo fondamentale.
Oltre alle riprese di Jan Pohlen, condividiamo anche quelle effettuate dai soci Zlatko Orbanić da Pula (HR), Ordo Pedriali dalla Bretagna (FR) e Alessandro Cipolat Bares dalla Valle d'Aosta


autore: Jan Pohlen, Trieste - Contovello/Kontovel

autore: Zlatko Orbanić, Pula (HR)

autore: Orso Pedriali, Bretagna (FR)

autore: Alessandro Cipolat Bares, Valle d'Aosta
2024 / 10 / 09
"FINESTRA SUL COSMO": nella pubblicazione odierna della rubrica sul quotidiano Il Piccolo, un approfondimento sulla stella più vicina al Sistema Solare: Proxima Centauri, attraverso la ripresa di Alessandro Cipolat Bares (Centro Studi Astronomici Antares Trieste). Descrizione a cura di Stefano Schirinzi e Rossana Monaco (Centro Studi Astronomici Antares Trieste), la quale cura anche la revisione.


L'immagine a piena risoluzione, ripresa da Alessandro Cipolat Bares dalla Namibia
2024 / 10 / 02
C/2023 A3 (Tsuchinshan-ATLAS) - AGGIORNAMENTI: pubblichiamo l'aggiornamento della curva di luce prevista (fonte: astro.vanbuitenen.nl) per C/2023 A3 (Tsuchinshan-ATLAS).
Questa cometa sta divenendo sempre più magnifica: una vera opera d'arte tra le stelle. La sua luminosità apparente sta fortunatamente rispettando il notevole incremento previsto (al momento, la luminosità apparente ha raggiunto la magnitudine 1,5).
Passato il perielio (lo scorso 27 settembre), una cometa retroilluminata può apparire significativamente più luminosa a causa della diffusione della luce indotta da polveri e cristalli di ghiaccio, i quali riflettono la luce solare verso la Terra portando la cometa ad apparire notevolmente luminosa.
Attendiamo fiduciosi i giorni compresi tra il 9 e il 12 ottobre (quest'ultimo, data del massimo avvicinamento alla Terra, a circa 70 milioni di chilometri): nell'occasione, la luminosità apparente dovrebbe raggiungere, stando alle previsioni, il picco di luminosità a magnitudini addirittura negative (-2,5/-3), prossime a quelle del pianeta Venere.
Le comete sono oggetti molto affascianti proprio per la loro imprevedibilità e spesso le aspettative si rivelano deludenti; quindi, è bene restare ancora con i piedi per terra. Seguiremo C/2023 A3 (Tsuchinshan-ATLAS) con ulteriori aggiornamenti, sperando ovviamente in un exploit che possa renderla davvero memorabile.
Nel frattempo, pubblichiamo anche due belle riprese che mostrano perfettamente la magnificenza di C/2023 A3 (Tsuchinshan-ATLAS):
1) la più recente, datata 1 ottobre, ad opera di M. Jäger, G.Rhemann, D.Möller dalla Farm Tivoli Namibia attraverso una camera Nikon Z6mod con obiettivo Zeiss Milvus 135/2.5, singola posa da 70 secondi.
2) ripresa dall'astronomo Yuri Beletsky dall'osservatorio di Las Campanas, lo scorso 27 settembre, in Cile attraverso un teleobiettivo da 135 mm; al momento della ripresa, la luminosità apparente dell'oggetto era sempre attorno alla 3a grandezza.


autori: M. Jäger, G.Rhemann, D.Möller

autore: Yuri Beletsky
2024 / 10 / 02
SOLE: brillamento di livello X7 un'ora fa: Il più forte sulla faccia a noi rivolta da Maggio (quando un X9 venne emesso dalla regione responsabile dell'aurora intensa di quel mese), e il più intenso rilevato sul Sole dopo un X14 avvenuto in Luglio sul lato nascosto. La fonte è la Active Region (AR) 3842, estesa e con campo magnetico complesso (classificatore delta), cresciuta rapidamente nei due giorni scorsi.
Il brillamento è associato a un'eruzione di materiale solare nello spazio (CME) che, data la posizione quasi centrale della regione sul disco, investirà la Terra (si prevede fra il 3 e il 5 Ottobre) provocando probabilmente un evento di aurora boreale a medie latitudini, amplificata dalla vicinanza all'equinozio. Inoltre, è probabile che la regione in questione produca altri brillamenti nei prossimi giorni, quando sarà ancora più centrale.
In aggiunta, una macchia solare molto grande sta sorgendo sul bordo sinistro nell'emisfero Nord.

2024 / 09 / 20
𝗟𝗢 𝗦𝗣𝗘𝗧𝗧𝗔𝗖𝗢𝗟𝗢 𝗗𝗜 𝗧𝗔𝗥𝗔𝗡𝗧𝗨𝗟𝗔 𝗡𝗘𝗕𝗨𝗟𝗔: dove può arrivare la fotografia astronomica prodotta da astronomi non-professionisti? Ad osservare i progressi effettuati soprattutto negli ultimi 10-15 anni, grazie a tecnologie sempre più efficienti applicate su ottiche, montature e postproduzione, possiamo dire davvero molto, molto lontano.
Ennesima prova è questa immagine prodotta dall’astrofotografo Alessandro Cipolat Bares (Centro Studi Astronomici Antares Trieste) attraverso riprese effettuate in Namibia: immagine che, in tutta onestà, ci ha davvero sconvolto. E chi conosce l’evoluzione nel tempo delle riprese effettuate sulla Tarantula Nebula sarà d’accordo nel ritenere che questa ripresa si avvicina molto, per dettagli e bellezza, a quelle effettuate con grandi (e ben noti) telescopi professionali del calibro di Spitzer, Hubble e dello stesso James Webb.
La bellezza di questa ripresa è immensa. E proprio per questo vogliamo qui raccontare qualcosa su questo oggetto che, come dice lo stesso Cipolat Bares, è “l'oggetto più sconvolgente del cielo, stupendo nella visione con binocolo o Dobson, indimenticabile nelle lunghe notti australi”. Non possiamo che condividere questi pensieri, che forse ci aiutano ad assaporare le emozioni fornite dall''osservazione al telescopio di questo oggetto straordinario, immerso tra le stelle australi di Doradus e quindi lontano dai nostri orizzonti. Purtroppo.
30 Doradus è il nome con il quale i cartografi celesti del XIX secolo identificarono quella che appariva come una “strana” stella presente nella Grande Nube di Magellano: a differenza di quelle comuni, all’osservazione effettuata ad occhio nudo questa non appariva puntiforme bensì sfocata. Quello ora descritto è l'aspetto del più vasto complesso di nubi di gas e polveri (leggasi “nebulosa”) presente nell'intero Gruppo Locale di galassie. Parliamo ovviamente di Tarantula Nebula, situata nella Grande Nube di Magellano, la più grande tra le galassie satelliti della Via Lattea, ad una distanza di circa 163 mila anni luce dal Sistema Solare.
Il nomignolo della nebulosa venne scelto a partire dalle prime osservazioni telescopiche condotte dagli astronomi nello scorso secolo a causa del curioso aspetto dell’area più prominente (in alto nella foto) simile a quello di un grosso ragno: numerosi filamenti che escono dalla grande area centrale della nebulosa delineano quelle che a tutti gli effetti appaiono come zampe ben definite e luminose.
Considerando le dimensioni apparenti della sola parte centrale di Tarantula, il cui complesso si estende su un’area maggiore di quella sottesa dalla Luna Piena, il reale diametro si estende per quasi 3.000 anni luce da un capo all’altro. Giusto per fornire un’idea delle dimensioni di questo oggetto relativamente a qualcosa di ben noto, la nota “grande nebulosa di Orion” si estende per solo 1/100 rispetto a Tarantula! Solo NGC404, nella grande galassia di Triangulum, vi si avvicina in quanto a dimensioni; in aggiunta, le osservazioni radio alla lunghezza d’onda di 21 cm, caratteristica dell’idrogeno molecolare, non hanno identificato nulla di così immenso all’interno della Via Lattea.
Ma in realtà, come è ben visibile in questa magnificente ripresa, il complesso nebulare si estende ben oltre, andando a connettersi con altre aree della piccola galassia permeate di idrogeno. La densità di questo elemento in Tarantula è tale da renderla l’area più attiva in merito a formazione stellare di tutto il Gruppo Locale. Notevole è infatti la presenza di dense aree, situate nella nebulosa, dove nascono stelle molto massicce, alcune delle quali figurano tra le più massicce ad oggi individuate: l’Associazione stellare R136a1, ad esempio, contiene una stella la cui massa e luminosità sono rispettivamente 215 e - occhio! - 6.200.000 volte i corrispettivi solari.
E’ probabile che questi intensi fenomeni abbiano avuto origine dalla compressione del mezzo interstellare, indotta da passaggi ravvicinati plurimi alla Via lattea da parte della Grande Nube di Magellano e forse, in parte, anche dalla vicinanza alla Piccola Nube di Magellano. Molti sarebbero i soggetti da descrivere tra quelli presenti in questa istantanea, che appaiono in colori dalla straordinaria bellezza passando dal rosso tipico dell’emissione dell’idrogeno all’azzurro di nebulose che riflettono l’azzurro di giovanissime e caldissime stelle ivi immerse; torneremo a parlarne specificatamente.
Ma nel frattempo, ciò che vorremmo davvero fosse compresa - e che invitiamo ad osservare con attenzione - è non solo l’enorme estensione di questo immenso complesso nebulosa ma la sua complessa struttura che, verosimilmente, va a connettersi con altre dense regioni permeate da idrogeno situate esternamente alla barra centrale di questa galassia deformata: una vasta area che, come già spiegato, è forse impronta di interazioni mareali o, forse, di fenomeni ancor più violenti avvenuti in un lontano passato.
Non ci resta che abbandonarci ad immaginare i turbolenti movimenti a cui il gas di quelle immense regioni è sottoposto, semmai riuscissimo con la nostra mente a realizzare le enormi distanze siderali e a viaggiare, come vele cosmiche, sospinti dall'immensa energia dei mostri stellari che prendono vita da tutto questo.

2024 / 09 / 18
“𝗕𝗔𝗥𝗖𝗢𝗟𝗔𝗡𝗔𝟱𝟲: 𝗗𝗔𝗟 𝗠𝗔𝗥𝗘 𝗔𝗟𝗟𝗘 𝗦𝗧𝗘𝗟𝗟𝗘 - 𝗡𝗔𝗩𝗜𝗚𝗔𝗡𝗗𝗢 𝗡𝗘𝗟𝗟𝗢 𝗦𝗣𝗔𝗭𝗜𝗢 𝗘 𝗡𝗘𝗟 𝗧𝗘𝗠𝗣𝗢”: il Centro Studi Astronomici Antares Trieste è lieto di essere divenuto parte integrante dell’entourage di Barcolana56, l’importante manifestazione velica mondiale tenuta nel capoluogo giuliano. Anche quest’anno, infatti, il noto stabilimento balneare “La Lanterna - Pedocìn” sarà imprescindibile cornice all'evento “DAL MARE ALLE STELLE - navigando nello spazio a ritroso nel tempo”, serata didattica interamente dedicata al rapporto tra la scienza astronomica e il mare.
I relatori, 𝗜𝗻𝗴. 𝗔𝗹𝗲𝘀𝘀𝗮𝗻𝗱𝗿𝗼 𝗔𝗹𝗯𝗮𝗻𝗲𝘀𝗲 (Centro Studi Astronomici Antares Trieste), 𝗗𝗼𝘁𝘁. 𝗠𝗮𝗿𝗰𝗼 𝗠𝗮𝗿𝗴𝗶𝗻𝗶 (Centro Studi Astronomici Antares Trieste) e il 𝗣𝗿𝗼𝗳. 𝗖𝗵𝗿𝗶𝘀𝘁𝗶𝗮𝗻 𝗦𝗲𝗹𝗹𝗲𝗿𝗶 (Società Friulana di Archeologia - sezione isontina) esporranno al pubblico un ampio percorso tra navigazione, misurazione del tempo e variazioni della volta stellata nei millenni attraverso una serie di originali presentazioni, al termine delle quali i telescopi del Centro Studi Astronomici Antares Trieste permetteranno ai presenti di poter osservare dal vivo il pianeta 𝗦𝗮𝘁𝘂𝗿𝗻𝗼 𝗮𝘀𝘀𝗶𝗲𝗺𝗲 𝗮𝗹 𝘀𝘂𝗼 𝘀𝗶𝘀𝘁𝗲𝗺𝗮 𝗱𝗶 𝗮𝗻𝗲𝗹𝗹𝗶 𝗲 𝘀𝗮𝘁𝗲𝗹𝗹𝗶𝘁𝗶, re del cielo d’autunno 2024.
La serata verrà arricchita dalla presenza di altri 𝘁𝗲𝗹𝗲𝘀𝗰𝗼𝗽𝗶 𝗱𝗲𝗱𝗶𝗰𝗮𝘁𝗶 𝗮𝗹𝗹𝗮 𝗿𝗶𝗽𝗿𝗲𝘀𝗮 𝗳𝗼𝘁𝗼𝗴𝗿𝗮𝗳𝗶𝗰𝗮 𝗲𝘀𝗲𝗴𝘂𝗶𝘁𝗮 𝗱𝗮𝗹 𝘃𝗶𝘃𝗼 𝗱𝗲𝗹 𝗰𝗶𝗲𝗹𝗼 𝗽𝗿𝗼𝗳𝗼𝗻𝗱𝗼 (sistemi stellari, ammassi di stelle, nebulose e galassie) eseguita in un ambiente ad elevato inquinamento luminoso, offrendo l’opportunità al pubblico di comprendere la vastità degli spazi siderali. Relazioni e immagini catturate live dai telescopi verranno proiettate su grande schermo e commentate dagli astronomi del Centro Studi Astronomici Antares Trieste.
Appuntamento Lunedì 7 Ottobre 2024, a partire dalle ore 20.30 presso lo Stabilimento Balneare "La Lanterna - Pedòcin" presso Molo Fratelli Bandiera, 2, Trieste.
Ingresso gratuito ma con prenotazione consigliata.
Vi aspettiamo numerosi!

2024 / 09 / 06
𝗔𝗡𝗢𝗡𝗜𝗠𝗔 𝗧𝗥𝗔 𝗠𝗜𝗚𝗟𝗜𝗔𝗜𝗔...𝗠𝗔 𝗘’ 𝗟𝗔 𝗣𝗜𝗨’ 𝗩𝗜𝗖𝗜𝗡𝗔: l’immagine che qui pubblichiamo, ripresa dall’astrofotografo Alessandro Cipolat Bares (Centro Studi Astronomici Antares Trieste) ritrae un denso campo stellare nella parte più australe di Centaurus, del tutto invisibile dalle nostre latitudini. Prestando attenzione, al centro è visibile una stella, una delle tante nel campo, che appare di un acceso rosso. La sua importanza è però enorme, dal momento è proprio quell’anonima stella tra migliaia la più vicina al Sistema Solare: 𝗣𝗿𝗼𝘅𝗶𝗺𝗮 𝗖𝗲𝗻𝘁𝗮𝘂𝗿𝗶.
Lontana 4,25 anni-luce, Proxima è la terza componente del sistema di α Centauri; la distanza (poco maggiore) delle altre due componenti dal Sistema Solare è, ad ogni modo, approssimabile a quella di Proxima. Tuttavia, mentre le due stelle principali possiedono luminosità intrinseche simili a quella del Sole, Proxima risulta circa 18 mila volte più debole del nostro Sole. La sua luminosità, relazionata al tipo spettrale - M5,5 (2.900 K) - indica che la massa di Proxima è davvero piccola, addirittura poco superiore al quel limite oltre il quale un corpo celeste riesce a produrre energia ed essere quindi definito una stella.
Proxima è una nana rossa; una stella davvero piccola, come la maggior parte di quelle che compongono la popolazione stellare galattica. Il suo diametro è solo 1,5 volte maggiore di quello del pianeta più grande del Sistema Solare, Giove. Di conseguenza, un corpo così freddo e con una superficie emissiva alquanto ristretta possiede una luminosità intrinseca debole; tanto che, pur essendo così vicina, i nostri occhi non sono neanche lontanamente predisposti a percepirne la luce: splendendo di undicesima grandezza, Proxima è solo una delle miliardi di deboli stelle che contribuiscono a delineare la fascia della Via Lattea.
La relativa vicinanza al Sistema Solare fa si che la separazione angolare dalla coppia principale α Centauri A-B raggiunga attualmente 2,18°, equivalente a circa quattro volte il diametro angolare della Luna piena.
Come spesso accade per le nane rosse, la luminosità apparente di Proxima è tutt’altro che stabile: Proxima, infatti, è una cosiddetta "stella a brillamento", il che significa che i processi di convezione all'interno all’interno della sua struttura la rendono spesso soggetta a cambiamenti di luminosità. Questi processi di trasporto dell’energia prodotta nel suo nucleo innescano brillamenti stellari potenzialmente dannosi, incluso il più grande mai registrato per una stella: un evento doppio, registrato nel 2021, che portò la luminosità della stella a divenire almeno 14 mila volte più luminosa nell’ultravioletto. Si ritiene che i brillamenti stellari siano vere esplosioni alla superficie causate dalle linee di forza del campo magnetico contorto della stella, anelli ed archi che si incrociano a seguito della rotazione differenziale delle stelle: quando la tensione diventa eccessiva, questi possono spezzarsi, rilasciando enormi quantità di energia alla superficie, i brillamenti. Anche il Sole emette brillamenti (...se ne parla proprio in questo periodo di massima attività solare) ma energeticamente più deboli rispetto a quelli prodotti da Proxima e, in genere, da tutte le nane rosse. Piccole ma pestifere.
Anche Proxima, come tutte le nane rosse, è destinata ad avere una vita molto lunga: per queste stelle, l’attuale fase di sequenza principale, secondo i modelli teorici, dovrebbe essere lunga almeno 300 volte l'età attuale dell'Universo.
Nel contesto di Proxima, tra certezze e dubbi, si inseriscono i suoi pianeti: i più vicini al di fuori del Sistema Solare. Attorno a stelle poco massicce come le nane rosse, i pianeti si dispongono su orbite molto vicine; quando queste sono situate entro una zona dove la distanza dalla propria stella madre induce temperature che permettono l’eventuale presenza di acqua in forma liquida, il pianeta si rende quindi potenzialmente abitabile.
Nel 2016, presso l'Osservatorio Australe Europeo (ESO) venne scoperto il primo di questi, Proxima Centauri b, che secondo le stime sarebbe un pianeta roccioso e del 17% più massiccio della Terra. Disposto su un’orbita stretta, della durata di 11,2 giorni, questo giace proprio all'interno della zona abitabile di Proxima; tuttavia, si ritiene che tale pianeta non possa supportare un'atmosfera a causa della sua vicinanza alla radiazione della stella. Tale condizione, oltre a quella di essere in rotazione sincrona - circostanza che indurrebbe lo sviluppo di un clima estremo con solo una parte del pianeta eventualmente abitabile - induce a ritenere altamente difficile lo sviluppo della vita su di esso.
A partire dal 2019 si iniziò a parlare di Proxima Centauri c, pianeta “candidato” che completerebbe un'orbita attorno alla sua stella ogni 5,2 anni, disponendosi ben al di fuori della zona abitabile di Proxima. Una super-Terra, dalla massa stimata in quasi 6 volte quella del nostro pianeta ma, parimenti, dalla temperatura estremamente fredda. Pur di dimensioni ragguardevoli, nelle riprese effettuate dallo strumento Spectro-Polarimetric High-contrast Exoplanet REsearch (VLT-SPHERE), esso sarebbe apparso molto meno luminoso del previsto, tanto che alcuni studiosi ritennero che potesse essere avvolto da nubi di polvere o, forse, circondato da un sistema di spessi anelli. Uno studio del 2022 avrebbe smentito l’esistenza di questo pianeta, indicando le sue immagini precedentemente ottenute come spurie, prodotte unicamente da un basso rapporto segnale/rumore del sensore utilizzato nelle riprese.
Nel 2022, a seguito di oscillazioni nel moto proprio di Proxima, venne annunciata la possibile esistenza di un terzo pianeta in orbita attorno alla nana rossa, molto vicino ad essa: Proxima Centauri d. Qualora confermato, questo sarebbe uno degli esopianeti più leggeri mai scoperti, con una massa poco più di ¼ di quella terrestre, che comunque indicherebbe una composizione rocciosa. Nel caso fosse reale, tale pianeta completerebbe la sua orbita in soli 5,1 giorni: verosimilmente, troppo vicino alla stella e quindi troppo caldo per ospitare possibili forme di vita secondo i parametri noti.
L'immagine di Alessandro va compresa nel contesto delle profondità cosmiche. Come detto, nella foto di Alessandro Cipolat Bares Proxima appare una delle tante stelle di fondo, anche più debole di alcune di queste. Ma Proxima è in primissimo piano, e un divario - sicuramente di migliaia di anni-luce! - intercorre tra essa e tutte le altre stelle di fondo. Queste sono enormemente più lontane, ben al di fuori del braccio di Orion nel quale risiede il Sistema Solare. La piccola porzione di cielo inquadrata dall'immagine ripresa da Alessandro copre un campo di qualche primo, tanto che la stessa Rigel Kentaurus (α Centauri) non è visibile nel campo ma si trova ben fuori questo.
A pochi, infine, è noto come l'appartenenza di Proxima al sistema di stelle simili al Sole (una dalla massa appena maggiore, l'altra appena minore, entrambe nate circa 6 miliardi di anni fa) era tutt'altro che scontata. Infatti, sia per la debole luminosità di Proxima che per la difficoltà di misurare con precisone alcuni parametri, non era affatto scontato dimostrare il suo legame alla coppia principale. È stato solo nel 2016, grazie ad analisi effettuate tramite lo spettrografo HARPS (ESO) che gli astronomi sono riusciti definitivamente a concludere che le tre stelle effettivamente formano un unico sistema legato dalla mutua gravità.
Crediti dell'immagine: Alessandro Cipolat Bares (Centro Studi Astronomici Antares Trieste)

2024 / 09 / 04
𝗜𝗟 𝗩𝗢𝗟𝗧𝗢 𝗗𝗘𝗟𝗟𝗔 𝗦𝗧𝗘𝗟𝗟𝗔 𝗗𝗘𝗟 𝗡𝗢𝗥𝗗: 𝙋𝙤𝙡𝙖𝙧𝙞𝙨 (α Ursae Minoris) da secoli ci aiuta ad orientarci nella notte indicando il nord, ma a seguito di recenti ricerche condotte da un team di astronomi guidato da Nancy Evans (Smithsonian Astrophysical Observatory) la stella potrebbe ora indicare la strada verso una maggiore conoscenza sull’evoluzione delle stelle. Polaris è, infatti, una variabile di tipo cefeide, ma non solo: è sia la cefeide più luminosa dell’intera volta celeste nonché la più vicina al Sistema Solare. Vantaggi non indifferenti per ricerche approfondite.
Le Cefeidi sono massicce stelle evolute, che hanno lasciato la sequenza principale avendo esaurito il primo ciclo delle reazioni termonucleari - fusione di idrogeno in elio - attraverso cui viene generata energia. Perso l’equilibrio idrostatico caratteristico di questa fase esse divengono instabili, sviluppando meccanismi di pulsazione, regolari e prevedibili. Sebbene non sia facile distinguere la modalità di pulsazione dalla forma della curva di luce ottenuta dalle osservazioni, si ritiene oggi che la maggior parte delle Cefeidi classiche pulsino in modalità fondamentale anche se, a parità di periodo, quelle a modalità armonica sarebbero più luminose e più grandi rispetto a quelle che pulsano in modalità fondamentale.
Ma la proprietà più importante di queste stelle variabili è la stretta relazione esistente tra il periodo di variazione e la luminosità intrinseca: quanto più lungo è il periodo di pulsazione, tanto più luminosa è la stella. Tale relazione permette di stabilire la luminosità di una data Cefeide della quale è noto il periodo mentre la distanza della stella variabile viene ricavata dalla luminosità apparente. Questa proprietà trova ampio e corretto uso nella misurazione delle distanze nel "vicino" Universo: in particolare, per le galassie situate entro un raggio di 50 megaparsec dalla Via Lattea.
Sfruttando il fatto che Polaris è ancora relativamente vicina al Sistema Solare (510 anni luce) ed è, parimenti, una stella molto grande, molte delle sue caratteristiche intrinseche possono essere quindi acquisite attraverso osservazioni dirette ad alta risoluzione. Queste sono state condotte dal team di astronomi in primis per determinare l’orbita della compagna di Polaris, 𝙋𝙤𝙡𝙖𝙧𝙞𝙨 𝘼𝙗. Sia la stretta separazione che il grande contrasto di luminosità tra i due astri sono parametri che rendono estremamente difficile la risoluzione di questo sistema binario dalla mutua orbita, lunga una trentina d’anni.
In tale contesto, un gruppo di astronomi ha recentemente ottenuto risultati sorprendenti utilizzando l’interferometro più grande al mondo sia nell’ottico che nel vicino infrarosso: l’High Angular Resolution Astronomy (CHARA) a Mount Wilson (CA), composto da una matrice di sei telescopi da 1 metro che agiscono all’unisono fornendo la medesima risoluzione angolare di telescopio da ben 330 metri (!) di diametro. Alla mole di dati, raccolta tra il 2016 e il 2021, ne sono stati aggiunti ulteriori, acquisiti attraverso la tecnica dell’interferometria a macchie dal telescopio riflettore da 3,5 mt dell’Apache Point Observatory ed altri ancora precedentemente ottenuti dal telescopio spaziale Hubble (NASA). In tal modo è stato possibile osservare le due stelle ed anche seguirle per ben ¾ della mutua orbita.
Attraverso le accurate misurazioni ottenute è stato quindi possibile rivalutare la massa di Polaris, risultata pari a 5,1 masse solari: certamente, un netto incremento rispetto al valore di 3,5 masse solari valutato in passato. Tuttavia, anche a seguito di questo recente innalzamento, la luminosità di Polaris ha continuato a risultare maggiore di quella derivata dalla posizione della stella nel diagramma HR: un divario noto come “problema della massa delle Cefeidi”, riferito ad una differenza - generalmente, del 10% - nella massa di tali stelle derivata secondo due diverse metodologie: la posizione della stella nel diagramma HR e il suo periodo di pulsazione.
Oltre ad aver fornito dati astrometrici, con i dati interferometrici di CHARA è stato anche possibile misurare con grande accuratezza il diametro angolare di Polaris la quale sottende un angolo circa 600.000 volte più piccolo di quello del disco lunare: tale valore, messo in relazione alla distanza della stella, delinea una sfera dal diametro ben 46 volte quello del Sole!
L’elevata risoluzione ha anche permesso di cogliere dettagli sulla fotosfera di Polaris la quale, di conseguenza, è divenuta la prima cefeide in assoluto della quale è stata osservata direttamente la fotosfera. Le straordinarie immagini mostrano un disco tutt’altro che eterogeneo in termini di luminosità: enormi regioni luminose si alternano, infatti, ad altre più scure.
Analogamente a quelle osservate sul Sole, le macchie stellari sono aree caratterizzate da una temperatura minore rispetto a quella dell'ambiente circostante nonché sede di forte attività magnetica quasi certamente correlata ad una polarizzazione, effettivamente osservata ma simile a quella esibita da stelle supergiganti come Mirfak (α Persei), che non presentano pulsazioni radiali e non hanno subito alcuna evoluzione anomala, piuttosto che alle classiche Cefeidi. Tali macchie potrebbero essere prodotte da supergranuli convettivi emergenti alla superficie della stella: la loro presenza è, tra l’altro, coerente con la piccola ampiezza della variazione luminosa, ben differente da quella delle classiche variabili Cefeidi. Ma il grosso sospetto è che l’intensità luminosa di queste macchie - che a tutti gli effetti appaiono e scompaiono secondo un ciclo che sembra essere definito in circa 120 giorni - possa essere in qualche modo correlata al periodo di rotazione della stella, valutato tra 40 e 60 giorni.
Le future ricerche su Polaris saranno indirizzate a comprendere proprio il meccanismo fisico alla base di questo loro ciclo di visibilità.
Link alla pubblicazione originale (libero accesso) "The Orbit and Dynamical Mass of Polaris: Observations with the CHARA Array" su "The Astrophysical Journal", Volume 971, Number 2:
https://iopscience.iop.org/article/10.3847/1538-4357/ad5e7a

In occasione dell'imminente massimo di attività delle Perseidi, pubblichiamo questo interessante approfondimento sul fenomeno, rinnovando l'invito a partecipare al nostro appuntamento pubblico "NOTTE DELLE PERSEIDI", descritto alla fine:
𝗣𝗘𝗥𝗦𝗘𝗜𝗗𝗜 𝟮𝟬𝟮𝟰: 𝗧𝗨𝗧𝗧𝗢 𝗤𝗨𝗔𝗡𝗧𝗢 𝗗𝗔 𝗦𝗔𝗣𝗘𝗥𝗘 𝗦𝗨𝗟𝗟𝗘 𝗙𝗔𝗠𝗢𝗦𝗘 "𝗦𝗧𝗘𝗟𝗟𝗘 𝗖𝗔𝗗𝗘𝗡𝗧𝗜"
a cura di 𝗟𝗼𝘃𝗿𝗼 𝗣𝗮𝘃𝗹𝗲𝘁𝗶ć (𝘊𝘦𝘯𝘵𝘳𝘰 𝘚𝘵𝘶𝘥𝘪 𝘈𝘴𝘵𝘳𝘰𝘯𝘰𝘮𝘪𝘤𝘪 𝘈𝘯𝘵𝘢𝘳𝘦𝘴 𝘛𝘳𝘪𝘦𝘴𝘵𝘦)
Sicuramente, esiste qualche sparuto gruppo di persone che nella sua vita non ha mai visto una sola “stella cadente”; al contrario, numerosi studiosi in tutto il mondo applicano le loro ricerche a questi meravigliosi fenomeni atmosferici. Nel vasto mondo della scienza astronomica, la 𝙢𝙚𝙩𝙚𝙤𝙧𝙤𝙖𝙨𝙩𝙧𝙤𝙣𝙤𝙢𝙞𝙖 è la disciplina che si occupa dello studio dei corpi più piccoli del Sistema Solare. Questa scienza analizza, a partire dalla traccia visibile, il lungo viaggio di questi corpi dello spazio interplanetario fino al loro ingresso nell'atmosfera terrestre dove, per l’appunto, avviene il cosiddetto "incendio" che li rende visibili. In alcuni casi riescono perfino a cadere al suolo e questa circostanza costituisce lo step finale ed importantissimo della ricerca.
UN PO DI STORIA...
Ad aver dato inizio a questo moderno ramo di studi fu la spettacolare 𝘤𝘢𝘥𝘶𝘵𝘢 𝘥𝘪 𝘶𝘯 𝘮𝘦𝘵𝘦𝘰𝘳𝘪𝘵𝘦 𝘯𝘦𝘪 𝘱𝘳𝘦𝘴𝘴𝘪 𝘥𝘪 𝘏𝘳𝘢šć𝘪𝘯𝘢, località situata nello Hrvatski Zagorje (Croazia), nel pomeriggio del 26 maggio 1751. Il corpo celeste, a quanto sembra recuperato dal vicario generale della diocesi di Zagabria Vuk Kukuljević su richiesta del vescovo di Zagabria Franjo Ksaver Klobušički, venne inviato alla corte imperiale. Per la prima volta nella storia, il 𝘳𝘦𝘤𝘶𝘱𝘦𝘳𝘰 𝘥𝘪 𝘶𝘯 𝘮𝘦𝘵𝘦𝘰𝘳𝘪𝘵𝘦 venne descritto dettagliatamente nel documento di Kukuljević: questo, inevitabilmente, interessò gli scienziati di allora. 𝘍𝘶 𝘪𝘯 𝘲𝘶𝘦𝘭𝘭’𝘰𝘤𝘤𝘢𝘴𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘤𝘩𝘦 𝘷𝘦𝘯𝘯𝘦 𝘥𝘦𝘧𝘪𝘯𝘪𝘵𝘪𝘷𝘢𝘮𝘦𝘯𝘵𝘦 𝘴𝘵𝘢𝘣𝘪𝘭𝘪𝘵𝘰 𝘤𝘰𝘮𝘦 𝘪 𝘮𝘦𝘵𝘦𝘰𝘳𝘪𝘵𝘪 𝘧𝘰𝘴𝘴𝘦𝘳𝘰 𝘤𝘰𝘳𝘱𝘪 𝘥𝘪 𝘰𝘳𝘪𝘨𝘪𝘯𝘦 𝘦𝘹𝘵𝘳𝘢𝘵𝘦𝘳𝘳𝘦𝘴𝘵𝘳𝘦 𝘦 𝘯𝘰𝘯 𝘵𝘦𝘳𝘳𝘦𝘴𝘵𝘳𝘦, come alcuni andavano ancora affermando. Ancora oggi l’evento gode di una vasta eco in tutto il mondo: un disegno dell’evento di Hrašćina è presente nel museo situato accanto al Cratere Barringer, meglio noto come “𝘔𝘦𝘵𝘦𝘰𝘳 𝘤𝘳𝘢𝘵𝘦𝘳 𝘥𝘦𝘭𝘭’𝘈𝘳𝘪𝘻𝘰𝘯𝘢”, uno dei più grandi crateri da impatto ancora presenti sulla superficie terrestre, causato circa 50.000 anni fa dall'impatto di un asteroide probabilmente da 45 metri di diametro.
Successivamente, nello sviluppo della meteoroastronomia, importante fu Adolphe Quetelet, direttore dell'Osservatorio di Bruxelles, primo a compilare un 𝙘𝙖𝙩𝙖𝙡𝙤𝙜𝙤 𝙙𝙞 𝙨𝙘𝙞𝙖𝙢𝙞 𝙢𝙚𝙩𝙚𝙤𝙧𝙞𝙘𝙞. Dal 1832 e fino alla sua morte nel 1874, l’astronomo belga pubblicò oltre 50 articoli scientifici sulla meteoroastronomia e sulla meteoritica. L'elenco ufficiale odierno, redatto dall'Unione Astronomica Internazionale, conta un totale di 110 sciami meteorici scoperti e confermati. In questa lista rientrano anche quelli scoperti dalla Rete meteorica croata da cui è nato il Global Meteor Network, realtà mondiale che contribuisce costantemente a nuove scoperte.
DEFINIZIONI CORRETTE
𝘔𝘢 𝘤𝘰𝘴𝘢 𝘴𝘰𝘯𝘰 𝘦𝘴𝘢𝘵𝘵𝘢𝘮𝘦𝘯𝘵𝘦 𝘨𝘭𝘪 𝘴𝘤𝘪𝘢𝘮𝘪 𝘮𝘦𝘵𝘦𝘰𝘳𝘪𝘤𝘪? 𝘊𝘰𝘮𝘦 𝘴𝘪 𝘧𝘰𝘳𝘮𝘢𝘯𝘰? 𝘌 𝘱𝘦𝘳𝘤𝘩é 𝘷𝘦𝘯𝘨𝘰𝘯𝘰 𝘤𝘩𝘪𝘢𝘮𝘢𝘵𝘪 𝘤𝘰𝘯 𝘯𝘰𝘮𝘦 𝘳𝘪𝘧𝘦𝘳𝘪𝘵𝘰 𝘢𝘥 𝘢𝘭𝘤𝘶𝘯𝘦 𝘤𝘰𝘴𝘵𝘦𝘭𝘭𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘪?
Per rispondere a queste tre domande è necessario prima spiegare e differenziare i termini base utilizzati dalla meteoroastronomia, sconosciuti ai più e non solo, tanto che gli stessi astronomi professionisti cadono spesso in errore sul significato etimologico dei termini in uso. Detriti vaganti nello spazio interplanetario, con dimensioni variabili da pochi micron fino ad un metro, sono chiamati 𝙢𝙚𝙩𝙚𝙤𝙧𝙤𝙞𝙙𝙞, nati dalla collisione di corpi più grandi come gli asteroidi o dalla disintegrazione di comete.
La formazione di 𝙨𝙘𝙞𝙖𝙢𝙞 𝙢𝙚𝙩𝙚𝙤𝙧𝙞𝙘𝙞 è principalmente il risultato del passaggio ravvicinato di una cometa giunta al perielio ovvero nel punto più vicino della sua orbita al Sole: in tale occasione, a causa della pressione della radiazione solare e dell'aumento della temperatura sulla superficie del nucleo cometario, ancora inerme, il ghiaccio di cui questo è composto sublima, liberando 𝙙𝙚𝙩𝙧𝙞𝙩𝙞 (piccole rocce frammentate, particelle) che continuano a viaggiare attorno al Sole creando una scia che segue il nucleo della cometa lungo la sua orbita. La struttura e la dinamica di queste scie detritiche sono molto complicate e imprevedibili: quando la Terra, lungo la sua orbita attorno al Sole, attraversa una di queste scie, i detriti vengono attratti dalla gravità terrestre, penetrando nell’atmosfera ad elevata velocità: è così che l'ingresso di questi piccoli corpi nell'atmosfera crea una 𝙢𝙚𝙩𝙚𝙤𝙧𝙖 (𝘥𝘢𝘭 𝘨𝘳𝘦𝘤𝘰 μετέωρος/𝘮𝘦𝘵é𝘰𝘳𝘰𝘴, "𝘲𝘶𝘢𝘭𝘤𝘰𝘴𝘢 𝘯𝘦𝘭𝘭'𝘢𝘳𝘪𝘢"), fenomeno luminoso che si verifica a seguito dei processi di collisione ad alta energia tra i meteoroidi in possesso di elevata energia cinetica ed atomi e/o molecole presenti nell'atmosfera terrestre. Durante il processo di ionizzazione e seguente ricombinazione che danno origine alla meteora, l'energia cinetica del meteoroide viene convertita in luce e calore, lasciando una traccia ionizzata; mediante𝙚𝙫𝙖𝙥𝙤𝙧𝙖𝙯𝙞𝙤𝙣𝙚 𝙨𝙪𝙥𝙚𝙧𝙛𝙞𝙘𝙞𝙖𝙡𝙚 (𝙖𝙗𝙡𝙖𝙯𝙞𝙤𝙣𝙚), il meteoroide viene quindi consumato, creando corpi di dimensioni minori detti 𝙢𝙞𝙘𝙧𝙤𝙢𝙚𝙩𝙚𝙤𝙧𝙤𝙞𝙙𝙞.
Se il meteoroide in caduta non si consuma completamente mentre attraversa l'atmosfera ma raggiunge la superficie terrestre, ecco che assume il nome 𝙢𝙚𝙩𝙚𝙤𝙧𝙞𝙩𝙚. Cadute di meteoriti sono spesso accompagnate dall'apparizione di cosiddette 𝙥𝙖𝙡𝙡𝙚 𝙙𝙞 𝙛𝙪𝙤𝙘𝙤 ovvero una meteora di grande luminosità (𝘢𝘱𝘱𝘢𝘳𝘦𝘯𝘵𝘦𝘮𝘦𝘯𝘵𝘦 𝘱𝘪ù 𝘭𝘶𝘮𝘪𝘯𝘰𝘴𝘢 𝘥𝘦𝘭 𝘱𝘪𝘢𝘯𝘦𝘵𝘢 𝘝𝘦𝘯𝘦𝘳𝘦, 𝘦 𝘵𝘢𝘭𝘷𝘰𝘭𝘵𝘢 𝘱𝘢𝘳𝘢𝘨𝘰𝘯𝘢𝘣𝘪𝘭𝘦 𝘢𝘭𝘭𝘢 𝘭𝘶𝘮𝘪𝘯𝘰𝘴𝘪𝘵à 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘓𝘶𝘯𝘢): un fenomeno raro ma che, a volte, può essere accompagnato anche da un crepitio elettrofonico. 𝘽𝙤𝙡𝙞𝙙𝙚 è il nome di un tipo speciale di palla di fuoco che esplode in un potente lampo terminale, spesso con frammentazione visibile.
COME AVVIENE IL FENOMENO DELLA "STELLA CADENTE"?
In base alla loro composizione chimica, le meteoriti vengono tradizionalmente divise in tre categorie: quelle “𝙥𝙞𝙚𝙩𝙧𝙤𝙨𝙚”, composte da minerali silicati; quelle “𝙛𝙚𝙧𝙧𝙤𝙨𝙚”, in cui ferro e nichel sono i componenti principali; infine, quelle “𝙛𝙚𝙧𝙧𝙤𝙨𝙤-𝙥𝙞𝙚𝙩𝙧𝙤𝙨𝙚”, che contengono materiale sia metallico che roccioso. È un malinteso molto comune che le meteoriti, a causa dei suddetti processi atmosferici, cadano sulla Terra arroventati e ardenti. Nell'ultima fase del loro passaggio attraverso l'atmosfera, esse cadono al suolo in un 𝙫𝙤𝙡𝙤 𝙤𝙨𝙘𝙪𝙧𝙤, che non produce più alcun fenomeno luminoso: dopo la decelerazione (rallentamento) e la frammentazione del meteoroide nell'atmosfera terrestre (solitamente ad un'altezza di circa 30 km al di sopra della superficie), il corpo continua a cadere senza la presenza di ablazione. Il corpo in caduta diventa quindi invisibile per un osservatore a terra e cade a una velocità costante, condizionata dalla caduta libera e dalla resistenza dell'aria nell'atmosfera; e sono proprio le condizioni atmosferiche presenti durante il volo oscuro a rappresentare il più grande ostacolo nella determinazione precisa del luogo esatto dove i frammenti raggiungono il suolo.
A differenza dei meteoroidi, che "bruciano" nell'atmosfera producendo il fenomeno meteora, i meteoriti sono per lo più di origine asteroidale: proprio per questo la loro comparsa non è mai collegata ad alcuno sciame meteorico. La definizione corretta di questo tipo di meteore è 𝙨𝙥𝙤𝙧𝙖𝙙𝙞𝙘𝙝𝙚. Le meteore, quelle prodotte da scie di detriti cometari, fanno parte di veri e propri sciami che prendono il nome dalla posizione del loro radiante: un'area stretta nel cielo dalla quale le meteore sembrano, per l’appunto, irradiarsi. Di conseguenza, i nomi degli sciami meteorici vengono assegnati con il nome della costellazione in cui si trova il radiante dello sciame (𝘢𝘥 𝘦𝘴𝘦𝘮𝘱𝘪𝘰 𝘗𝘦𝘳𝘴𝘦𝘪𝘥𝘪, 𝘓𝘦𝘰𝘯𝘪𝘥𝘪, 𝘎𝘦𝘮𝘪𝘯𝘪𝘥𝘪, 𝘈𝘤𝘲𝘶𝘢𝘳𝘪𝘥𝘪, 𝘦𝘤𝘤.). In occasione di una frequenza davvero eccezionale di meteore, lo sciame può divenire una vera e propria 𝙥𝙞𝙤𝙜𝙜𝙞𝙖 𝙙𝙞 𝙢𝙚𝙩𝙚𝙤𝙧𝙚.
NOTTI DI SCIAMI METEORICI
Nel regolare ciclo annuale di comparsa degli sciami meteorici, il più attivo in termini di numero è sicuramente quello delle 𝙂𝙚𝙢𝙞𝙣𝙞𝙙𝙞, che possiamo osservare dal 19 novembre al 24 dicembre: solitamente, al massimo nella notte tra il 13 e il 14 dicembre con una frequenza di 120 meteore all’ora. Oltre alle Geminidi, ci sono poi le 𝙇𝙚𝙤𝙣𝙞𝙙𝙞, menzionate anche nella Bibbia. Sono visibili ogni novembre; circa ogni 30 anni, questo sciame produce incredibili tempeste meteoriche, la cui attività può superare anche le 1000 meteore all'ora!
Ma certamente, il più famoso sciame meteorico tra i profani è quello delle 𝙋𝙚𝙧𝙨𝙚𝙞𝙙𝙞, che ha la sua massima attività solitamente nella notte tra il 12 e il 13 agosto. Sebbene sia solo il terzo in ordine di numero di meteore visibili all’ora (𝘧𝘳𝘦𝘲𝘶𝘦𝘯𝘻𝘢 𝘴𝘰𝘭𝘪𝘵𝘢𝘮𝘦𝘯𝘵𝘦 𝘤𝘢𝘭𝘤𝘰𝘭𝘢𝘵𝘢 𝘢𝘷𝘦𝘯𝘥𝘰 𝘪𝘭 𝘳𝘢𝘥𝘪𝘢𝘯𝘵𝘦 𝘢𝘭𝘭𝘰 𝘻𝘦𝘯𝘪𝘵), dietro alle Geminidi e alle 𝙌𝙪𝙖𝙙𝙧𝙖𝙣𝙩𝙞𝙙𝙞 (𝘴𝘤𝘪𝘢𝘮𝘦 𝘤𝘩𝘦 𝘩𝘢 𝘪𝘭 𝘳𝘢𝘥𝘪𝘢𝘯𝘵𝘦 𝘯𝘦𝘭𝘭'𝘰𝘣𝘴𝘰𝘭𝘦𝘵𝘢 𝘤𝘰𝘴𝘵𝘦𝘭𝘭𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘘𝘶𝘢𝘥𝘳𝘢𝘯𝘴 𝘔𝘶𝘳𝘢𝘭𝘪𝘴, 𝘯𝘰𝘯 𝘭𝘰𝘯𝘵𝘢𝘯𝘰 𝘥𝘢𝘭 "𝘵𝘪𝘮𝘰𝘯𝘦" 𝘥𝘦𝘭 𝘎𝘳𝘢𝘯𝘥𝘦 𝘊𝘢𝘳𝘳𝘰), è proprio l’attività estiva a renderlo così amato, così particolare e diverso da tutti gli altri sciami meteorici che si manifestano nel corso dell’anno. Progenitrice delle Perseidi è la cometa 109𝙋/𝙎𝙬𝙞𝙛𝙩–𝙏𝙪𝙩𝙩𝙡𝙚, dal periodo orbitale lungo 130 anni; al 1992 risale l'ultimo passaggio al perielio, nella cui occasione la scia di detriti venne nuovamente alimentata dal materiale rilasciato a seguito dell’attività cometaria.
Tradizionalmente, le Perseidi sono conosciute anche come "𝙡𝙖𝙘𝙧𝙞𝙢𝙚 𝙙𝙞 𝙎𝙖𝙣 𝙇𝙤𝙧𝙚𝙣𝙯𝙤" in quanto le notti di maggiore attività dello sciame sono vicine alla ricorrenza del santo martirizzato su una graticola arroventata.
Secondo la leggenda, San Lorenzo non avrebbe pianto durante la tortura; stando così le cose, è lecito chiedersi il perché del termine “lacrime” associato a tali meteore. Il motivo risiede nel poeta Giovanni Pascoli: nel componimento "𝙓 𝘼𝙜𝙤𝙨𝙩𝙤", scritto in occasione dell'anniversario della morte del padre Ruggiero, questo viene alla memoria al poeta proprio a seguito dell’apparizione delle meteore in quel periodo: "𝘚𝘢𝘯 𝘓𝘰𝘳𝘦𝘯𝘻𝘰, 𝘪𝘰 𝘭𝘰 𝘴𝘰 𝘱𝘦𝘳𝘤𝘩é 𝘵𝘢𝘯𝘵𝘰 𝘥𝘪 𝘴𝘵𝘦𝘭𝘭𝘦 𝘱𝘦𝘳 𝘭'𝘢𝘳𝘪𝘢 𝘵𝘳𝘢𝘯𝘲𝘶𝘪𝘭𝘭𝘢 𝘢𝘳𝘥𝘦 𝘦 𝘤𝘢𝘥𝘦, 𝘱𝘦𝘳𝘤𝘩é 𝘴ì 𝘨𝘳𝘢𝘯 𝘱𝘪𝘢𝘯𝘵𝘰 𝘯𝘦𝘭 𝘤𝘰𝘯𝘤𝘢𝘷𝘰 𝘤𝘪𝘦𝘭𝘰 𝘴𝘧𝘢𝘷𝘪𝘭𝘭𝘢…" costituisce il noto incipit della struggente poesia.
CONSIGLI SU COME OSSERVARE LE PERSEIDI
Durante il picco di attività delle Perseidi, quando il radiante raggiunge lo zenit nelle ore antecedenti l’alba, un osservatore in condizioni ideali di oscurità può osservare circa 100 meteore all’ora; tuttavia, tali condizioni non vengono quasi mai raggiunte e, di conseguenza, un numero realistico di eventi per ora si aggira mediamente attorno alle 30-40 unità. Di prima sera, il radiante delle Perseidi, situato appena sotto la costellazione di Cassiopea (𝘳𝘪𝘤𝘰𝘯𝘰𝘴𝘤𝘪𝘣𝘪𝘭𝘦 𝘱𝘦𝘳 𝘭𝘢 𝘤𝘢𝘳𝘢𝘵𝘵𝘦𝘳𝘪𝘴𝘵𝘪𝘤𝘢 𝘧𝘰𝘳𝘮𝘢 𝘢 𝘞) è ancora basso sull'orizzonte nord-orientale ma man mano che esso si eleva sempre più a causa della rotazione della Terra ecco che si creano le crea condizioni migliori per osservare un numero sempre maggiore di meteore appartenenti a questo sciame.
Un trucco da usare per poter scorgere un buon numero di meteore consiste nel non guardare direttamente il radiante ma 𝘱𝘳𝘦𝘴𝘵𝘢𝘳𝘦 𝘢𝘵𝘵𝘦𝘯𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘢𝘥 𝘢𝘭𝘮𝘦𝘯𝘰 20°-30° 𝘥𝘢 𝘦𝘴𝘴𝘰 𝘦 𝘢𝘭𝘮𝘦𝘯𝘰 30° 𝘴𝘰𝘱𝘳𝘢 𝘭'𝘰𝘳𝘪𝘻𝘻𝘰𝘯𝘵𝘦: questo in quanto il percorso di meteore vicine al radiante è molto più breve rispetto ad altre, quelle davvero spettacolari, che appaiono più lontane. Usualmente, le meteore vengono meglio osservate stando sdraiati in un sacco a pelo senza utilizzare strumenti ottici: 𝙗𝙖𝙨𝙩𝙖 𝙞𝙡 𝙨𝙚𝙢𝙥𝙡𝙞𝙘𝙚 𝙤𝙘𝙘𝙝𝙞𝙤 𝙣𝙪𝙙𝙤, poiché il campo visivo umano è anche il più ampio possibile. Ad ogni modo, ad aiutare maggiormente è la pazienza. Una curiosità: a causa di addensamenti di diversa entità creati all’interno della scia di detriti cometari, la frequenza delle Perseidi è altamente variabile: possono apparire in gruppi di diverse meteore in meno di cinque minuti per poi fare una pausa di dieci o venti minuti e quindi riapparire nuovamente in gruppo.
"NOTTE DELLE PERSEIDI 2024"
In occasione del picco delle Perseidi 2024, un imperdibile evento didattico di grande portata sulle Perseidi/"lacrime di San Lorenzo" - e non solo - sarà tenuto 𝘀𝘂𝗹 𝗖𝗮𝗿𝘀𝗼 𝘁𝗿𝗶𝗲𝘀𝘁𝗶𝗻𝗼 dal Centro Studi Astronomici Antares:𝗹𝘂𝗻𝗲𝗱ì 𝟭𝟮 𝗮𝗴𝗼𝘀𝘁𝗼, 𝗮 𝗽𝗮𝗿𝘁𝗶𝗿𝗲 𝗱𝗮𝗹𝗹𝗲 𝗼𝗿𝗲 𝟮𝟭.𝟯𝟬 𝗽𝗿𝗲𝘀𝘀𝗼 𝗹’𝗮𝗿𝗲𝗮 𝗽𝗮𝗿𝗰𝗵𝗲𝗴𝗴𝗶𝗼 “𝗥𝗼𝘀𝗲 𝗱’𝗜𝗻𝘃𝗲𝗿𝗻𝗼” (𝘴𝘪𝘵𝘶𝘢𝘵𝘢 𝘭𝘶𝘯𝘨𝘰 𝘭𝘢 𝘴𝘵𝘳𝘢𝘥𝘢 𝘉𝘢𝘴𝘰𝘷𝘪𝘻𝘻𝘢 - 𝘚𝘢𝘯 𝘓𝘰𝘳𝘦𝘯𝘻𝘰, 𝘤𝘢 400 𝘮 𝘥𝘰𝘱𝘰 𝘭𝘢 𝘍𝘰𝘪𝘣𝘢 𝘥𝘪 𝘉𝘢𝘴𝘰𝘷𝘪𝘻𝘻𝘢, 𝘢 𝘥𝘹; 𝘤𝘰𝘰𝘳𝘥𝘪𝘯𝘢𝘵𝘦: 45.629567, 13.866137), il Centro Studi Astronomici Antares Trieste ripropone l’importante e consolidato evento astronomico “𝗡𝗢𝗧𝗧𝗘 𝗗𝗘𝗟𝗟𝗘 𝗣𝗘𝗥𝗦𝗘𝗜𝗗𝗜”, 𝗱𝗲𝗱𝗶𝗰𝗮𝘁𝗼 𝗻𝗼𝗻 𝘀𝗼𝗹𝗼 𝗮𝗹𝗹’𝗼𝘀𝘀𝗲𝗿𝘃𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗲 𝗺𝗲𝘁𝗲𝗼𝗿𝗲 𝗺𝗮 𝗮𝗻𝗰𝗵𝗲 𝗮 𝗾𝘂𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗱𝗲𝗹 𝗰𝗶𝗲𝗹𝗼 𝗽𝗿𝗼𝗳𝗼𝗻𝗱𝗼 - 𝘀𝗶𝘀𝘁𝗲𝗺𝗶 𝘀𝘁𝗲𝗹𝗹𝗮𝗿𝗶 𝗺𝘂𝗹𝘁𝗶𝗽𝗹𝗶, 𝗮𝗺𝗺𝗮𝘀𝘀𝗶 𝘀𝘁𝗲𝗹𝗹𝗮𝗿𝗶, 𝗻𝗲𝗯𝘂𝗹𝗼𝘀𝗲 𝗲 𝗴𝗮𝗹𝗮𝘀𝘀𝗶𝗲 - 𝗺𝗼𝗹𝘁𝗶 𝗱𝗲𝗶 𝗾𝘂𝗮𝗹𝗶 𝘃𝗲𝗿𝗿𝗮𝗻𝗻𝗼 𝗿𝗶𝗽𝗿𝗲𝘀𝗶 𝘁𝗿𝗮𝗺𝗶𝘁𝗲 𝗮𝘀𝘁𝗿𝗼𝗳𝗼𝘁𝗼𝗴𝗿𝗮𝗳𝗶𝗮 𝗲𝘀𝗲𝗴𝘂𝗶𝘁𝗮 "𝗹𝗶𝘃𝗲", 𝗰𝗼𝗻 𝗽𝗿𝗼𝗶𝗲𝘇𝗶𝗼𝗻𝗶 𝘀𝘂 𝘀𝗰𝗵𝗲𝗿𝗺𝗼 𝗴𝗶𝗴𝗮𝗻𝘁𝗲. Chicca di quest’anno sarà il riguardo dedicato al pianeta nano 𝗣𝗹𝘂𝘁𝗼𝗻𝗲, osservato speciale di questa serata. Il tutto, arricchito dalle spiegazioni del team di astronomi e tecnici del Centro Studi Astronomici Antares Trieste.
Appuntamento aperto a tutti: Vi attendiamo numerosi per una straordinaria serata sotto il cielo stellato!


Perseidi e loro radiante (crediti dell'imamgine: NASA)

Preparativi "NOTTE DELLE PERSEIDI 2023"

Radiante Perseidi, visuale verso orizzonte di NE di prima sera

109P/Swift-Tuttle: una bellissima ripresa della cometa progenitrice delle Perseidi, ripresa dall’astrofotografo austriaco Michael Jaeger durante il suo ultimo passaggio ravvicinato nel Dicembre 1992. Con un periodo orbitale di circa 133 anni, 109P/Swift-Tuttle è riconosciuta come “cometa di tipo Halley”, caratterizzate da periodi orbitali compresi tra i 20 ed i 200 anni ed orbite che possono presentare inclinazioni elevate rispetto al piano dell'eclittica.
In occasione dell’ultimo perielio, 32 anni fa, 109P/Swift-Tuttle non sviluppò un attività tale da renderla particolarmente visibile ad occhio nudo: binocoli e telescopi di modesta apertura furono però sufficienti ad apprezzarne il veloce passaggio tra le stelle di fondo. La straordinaria immagine qui pubblicata, nella quale rendono bene i colori delle diverse componenti cometarie (bianco-verdastra la chioma, azzurra la lunga coda di ioni, neutra quella di polveri), venne ripresa su pellicola la notte del 24 novembre 1992 ovvero 16 giorni dopo il massimo avvicinamento al nostro pianeta.
La distanza di 109P/Swift-Tuttle dalla Terra è attualmente di 6.374.767.172 di chilometri, pari a 42,6126865462 Unità Astronomiche. Anche se il ritorno di 109P/Swift-Tuttle è atteso nel lontano 2126, la sua esile scia di detriti continuerà ad essere attraversata puntualmente dalla Terra, dando vita allo sciame meteorico delle Perseidi (crediti dell'immagine: Michael Jaeger; editing: CSAAT)
FINESTRA SUL COSMO: sulle Perseidi (sciame già attivo), non poteva mancare l'approfondimento dedicato dal ns Lovro Pavletić - con introduzione filmica e revisione come sempre a cura di Rossana Monaco - pubblicato oggi sul quotidiano locale "Il Piccolo".
Vi attendiamo numerosi all'appuntamento del 12/8 p.v.; approfondimento sull'evento ed ulteriori informazioni QUI.

Venerdì 6 e Sabato 7 Settembre 2024
3° STAR-PARTY DEL FRIULI VENEZIA GIULIA
presso rifugio "G.Pelizzo" (1.320 m), Monte Matajur (UD)
Vorresti partecipare e condividere con altri appassionati una bellissima due giorni dedicata all'Astronomia?
QUI trovi tutte le informazioni

Sabato 17 Agosto 2024
LE STELLE DI MUGGIA - UN RACCONTO SENZA TEMPO TRA ASTRONOMIA E ARCHEOLOGIA
Nell'ambito della "Festa della Madonna d’Agosto 2024", presso "Parco di Muggia Vecchia, Basilica e Canonica (Salita a Muggia Vecchia 53, Muggia, TS), il Centro Studi Astronomici Antares Trieste in collaborazione con l’Associazione Amici di Muggia Vecchia APS presentano un evento speciale, dedicato alla ricerca nel tempo e nello spazio.
Un viaggio che porterà ad esplorare epoche lontane come Protostoria e Preistoria, epoche così lontane che la stessa volta celeste appariva differente da come si presenta oggi.
Relatori durante questo evento saranno l’astrofisico Dott. Marco Margini (Centro Studi Astronomici Antares Trieste) per la parte astronomica e l’archeologo Dott. Giulio Simeoni (Università degli Studi di Udine) per la parte archeologica. Dopo i contributi dei due relatori, supportati da proiezioni su schermo, si passerà all'osservazione del cielo per mezzo di telescopi, assistiti dallo staff di esperti del Centro Studi Astronomici Antares Trieste.
Ingresso libero

Lunedì 12 Agosto 2024
"NOTTE DELLE PERSEIDI 2024"
In occasione del picco delle Perseidi 2024, un imperdibile evento didattico di grande portata sulle Perseidi/"lacrime di San Lorenzo" - e non solo - sarà tenuto sul Carso triestino dal Centro Studi Astronomici Antares: lunedì 12 agosto, a partire dalle ore 21.30 presso l'area parcheggio "Rose d'Inverno" (situata lungo la strada Basovizza - San Lorenzo, ca 400 m dopo la Foiba di Basovizza, a dx; coordinate: 45.629567, 13.866137), il Centro Studi Astronomici Antares Trieste ripropone l’importante e consolidato evento astronomico "NOTTE DELLE PERSEIDI", dedicato non solo all'osservazione delle meteore ma anche a quella del profondo cielo - sistemi stellari multipli, ammassi stellari, nebulose e galassie - molti dei quali verranno anche ripresi tramite astrofotografia eseguita "live" con proiezione su schermo gigante. Chicca di quest’anno sarà il riguardo dedicato al pianeta nano Plutone, osservato speciale di questa serata. Il tutto, arricchito dalle spiegazioni del team di astronomi e tecnici del Centro Studi Astronomici Antares Trieste.
Un appuntamento unico per la sua originalità in tutto il Friuli Venezia Giulia ed aperto a tutti: Vi attendiamo numerosi per una straordinaria serata sotto il cielo stellato!
INFO LOCATION
La location dove sarà tenuto l'evento, l'area parcheggio "Rose d'Inverno", può essere raggiunta provenendo da:
- Basovizza/Bazovica: percorrendo la strada che porta alla frazione di San Lorenzo/Jezero, ca 400 metri dopo il monumento "Foiba di Basovizza", girare a dx sulla strada d'accesso in terra battuta, non asfaltata
- San Antonio/Borst: provenendo da questa frazione del Comune di San Dorligo della Valle/Občina Dolina, appena superato l'abitato di San Lorenzo, poco oltre la chiesetta, svoltare a sx quindi percorrere altri 400 m ca; l'area parcheggio è a sx, ben visibile dopo una curva
- provenendo dal confine italo/sloveno di Pese/Pesek, nei pressi del Motel Val Rosandra svoltare a sx in direzione San Lorenzo; arrivati nei pressi della frazione, svoltare a dx e percorrere altri 400 m ca; l'area parcheggio è a sx, ben visibile dopo una curva
Coordinate dell'area parcheggio "Rose d'Inverno":
45.629524, 13.866513
45°37'46.3"N 13°51'59.5"E


Domenica 4 Agosto 2024
G-ASTRONOMIA - DAI SAPORI DEL CARSO ALLE STELLE
Torna l'ormai tradizionale appuntamento G-astronomico che il Centro Studi Astronomici Trieste co-organizza con gli amici dell'Agriturismo Milič (Zagrski), situato nella frazione di Sagrado/Zagradec a Sgonico/Zgonik (TS).
Una serata all'insegna dell'armonia tra Carso e cielo stellato, tra squisite prelibatezze di prodotti locali e la visione di panorami dell'Universo di cui siamo noi stessi parte.
Durante la cena - con inizio alle ore 20 - i presenti verranno intrattenuti con le splendide fotografie a monitor della volta celeste e di interessanti oggetti che popolano il Cosmo realizzate dai soci del Centro Studi Astronomici Antares Trieste, cui faranno corredo le spiegazioni fornite dagli stessi.
Al termine della cena, nel piazzale dell'agriturismo Milič si terrà la 2a parte della serata astronomica: qui, verranno esposte le costellazioni del cielo estivo e caratteristiche di rilievo di alcune stelle salienti, per poi osservare al telescopio e tramite riprese "live" effettuate da opportuni sensori applicati altri strumenti, alcuni oggetti del cielo profondo quali sistemi stellari multipli, ammassi stellari, nebulose e remote galassie; il tutto con le spiegazioni dello staff di esperti del Centro Studi Astronomici Antares Trieste.
N.B.: per prenotazione cena e partecipazione all'evento:
tel: 040229289
mobile: 3519515092
e-mail: info@agriturismomilic.it
Vi aspettiamo numerosi!

2024-07-17
"Finestra sul Cosmo": nella pubblicazione odierna della rubrica sullo storico quotidiano Il Piccolo, la Dott.ssa Gigliola Antonazzi (Centro Studi Astronomici Antares Trieste) descrive come la Via Lattea venne interpretata nel corso delle varie epoche da culture sviluppatesi in aree anche lontane sul globo

12P/PONS-BROOKS: come spesso accade al passaggio ravvicinato di una cometa al nostro pianeta, la comunità astronomica si attiva attraverso studi supportati da osservazioni e riprese fotografiche condotte su questi affascinanti oggetti, dal comportamento spesso imprevedibile: in tale contesto si colloca quella che è la dodicesima cometa storicamente scoperta, 12P/Pons-Brooks (il fatto che sia periodica è denotato dalla "P" presente nella nomenclatura), ritratta in queste superbe riprese effettuate dal nostro astrofotografo Alessandro Cipolat Bares dai monti della Valle d’Aosta. Attualmente, la cometa, il cui nucleo è stimato di quinta grandezza, è in transito tra le stelle di Andromeda, diretta verso l'attigua Triangulum.
In queste due foto, prodotte il 6 e 7 marzo, Pons-Brooks esibisce le caratteristiche tipiche delle comete divenute “attive”. Come tutti i nuclei cometari anche quello di Pons-Brooks, nato ad immense distanze dal Sole primordiale, è uno dei corpi più primitivi del Sistema solare, rimasto quasi inalterato dalla sua formazione: nelle estreme condizioni di freddo tipiche del Sistema Solare esterno, i nuclei ghiacciati delle comete conservano materiale ricco di sostanze volatili che non è stato processato nelle zone interne del regno del Sole caratterizzate, al contrario, da alte temperature. Ed è proprio per studiare queste condizioni, preservate dalla loro nascita, che alcune sonde robotiche sono state inviate a studiare le comete da vicino, contribuendo alla conoscenza dei loro nuclei (resi invisibili dall’attività delle chiome cometarie) nonché sui tipi di sostanze chimiche presenti su e attorno ad esse (tra tutti, la presenza di un gran numero di composti organici).
Tornando alla nostra cometa, a seguito dell’aumento di temperatura in fase di avvicinamento al Sole, il nucleo - stimato non più largo di una trentina di chilometri - ha iniziato a sviluppare una consistente attività attraverso la violenta espulsione di piccole rocce, polveri e dei gas congelati che lo compongono, creando così la caratteristica atmosfera a ventaglio, detta chioma, assieme ad una lunga coda azzurra, composta da gas ionizzato dalla radiazione solare, a cui si sovrappone una seconda coda giallastra composta da detriti che, solo per motivi di prospettiva, al momento si rende ancora poco visibile. Anche Pons-Brooks, come la Terra, viene investita da imponenti masse di gas ionizzato espulse dal Sole: ma a differenza del nostro pianeta non possiede un campo magnetico atto a proteggerla per cui l'impatto ne ha deformato la coda, evento ben documentato in queste due riprese effettuate a distanza di sole 24 ore.
Scoperta nel luglio 1812 dall’astronomo francese Pons e riscoperta dall’americano Brooks al suo successivo ritorno del 1883, essa impiega 71 anni a percorrere la sua orbita. Il prossimo 21 aprile raggiungerà il perielio (la minima distanza dal Sole) mentre il 2 giugno la minima distanza dalla Terra, a 232 milioni di chilometri: pur raggiungendo una luminosità maggiore di quella attuale, sarà comunque più difficile osservarla, visto che tramonterà poco dopo il Sole. Essa proseguirà fino ad oltrepassare l’orbita di Nettuno, raggiungendo così il punto più lontano dal Sole (afelio): in ambiente di estremo freddo, Pons-Brooks entrerà in lunghissimo letargo, cessando ogni attività. Vista l’imprevedibilità di questi oggetti, in questo periodo è lecito sperare in qualche aumento di luminosità, come già accaduto gli scorsi 14 dicembre e 18 gennaio. Nel frattempo, godiamoci queste belle immagini.
Dati tecnici delle riprese: autore: Alessandro Cipolat Bares (CSAAT); telescopio rifrattore Askar 600 mm; camera: ZWO ASI 2600MC; elaborazione: Pixinsight, Photoshop


2024/02/28
Finestra sul Cosmo
Nel mondo astronomico non è usuale trovare mere confusioni traduzioni e significati che, per inerzia, continuano ad essere divulgati; è il caso del nome "presepe", popolarmente ed erroneamente attribuito al "grande ammasso di Cancer", il noto M44: l'articolo è stato propriamente redatto per fare luce su questo problema che i più ignorano.
Lo splendido ammasso stellare aperto è protagonista della rubrica "Finestra sul Cosmo", oggi pubblicata sul quotidiano "Il Piccolo", attraverso una bellissima ripresa fotografica ad opera del nostro socio ed astrofotografo
Zlatko Orbanić da Pola/Pula (HR), con descrizione del Presidente del
Centro Studi Astronomici Antares Trieste
Stefano Schirinzi, con introduzione e revisione a cura della socia
Rossana Monaco.

2024/02/22
Conferenza:
Venerdì 23 febbraio 2024, ore 20
"SPAZI DI CIELO STELLATO - GEMINI"
alla scoperta dei segreti del Cosmo tra geografia celeste, storia, astrofisica, astroimaging e curiosità
relatore: Stefano Schirinzi (Centro Studi Astronomici Antares Trieste, Akademsko astronomsko društvo - Rijeka)
Abstract: secondo appuntamento della serie didattica Spazi di cielo Stellato”, ideata con lo scopo di fornire un quadro complessivo sul Cosmo iniziando dall'elemento base: le costellazioni. Tappa di questa puntata è Gemini, per la quale verrà descritto, in primis, il quadro storico, per poi mostrare come tale figura viene delineata nella moderna cartografia celeste. Si proseguirà con un’analisi dettagliata - attraverso le immagini prodotte dai soci del Centro Studi Astronomici Antares Trieste ed altre riprese dai grandi telescopi professionali - sulle stelle più interessanti della costellazione, utili alla comprensione di fenomeni astrofisici, passando poi ad altri oggetti sempre più complessi quali ammassi stellari e nebulose nebulose.
Nella relazione saranno presenti i più recenti aggiornamenti sulle ricerche scientifiche inerenti le varie tipologie di oggetti analizzati assieme ad un vasto assortimento di dati e curiosità altrimenti sconosciute ai più.
L'appuntamento, riservato ai soli soci del Centro Studi Astronomici Antares Trieste e del Club Alpinistico Triestino, è propedeutico alla serata astronomica outdoor dedicata che verrà successivamente effettuata.

2024/02/14
Finestra sul Cosmo
Su "Il Piccolo" di oggi, seconda pubblicazione della rubrica Finestra sul Cosmo, gestita dal Centro Studi Astronomici Antares Trieste, che ha per protagonista la splendida ripresa combinata di M1 "Nebulosa del Granchio" con immagini prodotte dai nostri astrofotografi Maximilian Iesse e David Kralj e magistralmente assemblate da Aleš Ferluga. Nell'articolo è descritta la storia della nebulosa assieme alle caratteristiche della stella neutronica che vi risiede. Un sentito ringraziamento alle socie Rossana Monaco e Gigliola Antonazzi per il supporto in fase di stesura e revisione.

Conferenza
giovedì 9 febbraio 2024
NUBI POLARI STRATOSFERICHE A MEDIE LATITUDINI?
relatore: Giorgio Rizzarelli (Centro Studi Astronomici Antares Trieste)
Abstract: studi condotti sulle dinamiche dell’atmosfera terrestre sia in ambito climatologiche che di space-wheather hanno condotto alla scoperta che le nubi stratosferiche polari, note da tempo per il loro ruolo importante nella distruzione dell’ozono antartico, si stanno verificando con crescente frequenza anche nei cieli artici. Negli ultimi anni, l’atmosfera presente sopra l’Artico è divenuta più fredda, consentendo alle nubi stratosferiche polari di durare in periodi lontani da quelli prettamente invernali. Disposte ad alta quota, tali nubi si formano solo a temperature molto basse e contribuiscono a distruggere l’ozono, caratteristica provata dal fato che i livelli di ozono sono diminuiti. Di recente le nubi stratosferiche polari si sono rese visibili anche alle latitudini medio-settentrionali, ennesima prova di cambiamenti climatici in corso.
In questa conferenza, il relatore Giorgio Rizzarelli (Centro Studi Astronomici Antares Trieste), esperto nelle interazioni Sole-Terra e relativi effetti sull’atmosfera terrestre, esporrà lo status dell’arte sulla natura e le dinamiche di queste caratteristiche dell’atmosfera terrestre.
Inizio alle ore 21 sul canale Skype del Centro Studi Astronomici Antares Trieste; l’evento è riservato ai soli soci CSAAT.

Ecco il nuovo programma appuntamenti didattici per il mese di Febbraio 2024.
Ringraziamo per la collaborazione il Club Alpinistico Triestino, presso la cui sede sarà tenuto l'ultimo appuntamento del mese, e la Direzione del Centro Commerciale Il Giulia ove, presso il locale Il Bistrò by Riva, verrà tenuto il primo appuntamento annuale dell'AstroQuiz, bella ed originale novità che ha riscosso molto successo nei primi due appuntamenti di rodaggio tenuti alla fine del 2023.
Tra le iniziative, segnaliamo la partecipazione del Centro Studi Astronomici Antares Trieste alla maratona multidisciplinare H24 organizzata da Hangar Teatri con "UN SALTO NEL COSMO - VIAGGIO NEL TEMPO E NELLO SPAZIO", un'esposizione di bellissime riprese fotografiche di vari oggetti del cielo profondo, costellazioni ed altro ancora realizzate dai nostri soci. L'evento, ad ingresso gratuito, si terrà tra le ore 1 e le ore 2 di domenica 11 febbraio, in piena notte.
Inoltre, il 16/2 "CERCASI ORION DISPERATAMENTE", tenuto in occasione della Giornata Nazionale sull'Inquinamento Luminoso, su coordinazione dell'Unione Astrofili Italiani (UAI): nell'uscita outdoor, oltre alle osservazioni effettuate al telescopio che avranno come soggetto gli oggetti del cielo profondo contenuti nella costellazione Orion, verranno discusse tematiche inerenti l'annoso problema.
Per chi fosse interessato ad iscriversi all'Associazione:
phone: (+39)3292787572
mail: info@centrostudiastronomici-antares-trieste.it
web: www.centrostudiastronomici-antares-trieste.it
facebook: CentroStudiAstronomiciAntaresTrieste

2024/01/31
Finestra sul Cosmo
Parte oggi sullo storico quotidiano triestino "Il Piccolo" la nuova rubrica “𝗙𝗜𝗡𝗘𝗦𝗧𝗥𝗔 𝗦𝗨𝗟 𝗖𝗢𝗦𝗠𝗢”, a cura del Centro Studi Astronomici Antares Trieste. Il primo articolo non poteva non essere dedicato alla splendida foto realizzata dal nostro fotografo David Kralj sulla regione di Alnitak. Ringraziando la redazione de Il Piccolo, siamo certi che questo spazio potrà contribuire, come nei nostri intenti, a stimolare la curiosità dei lettori e quindi ad ampliare la conoscenza sulle meraviglie che popolano l'Universo

2024/01/30
Sole
ATTIVITÀ SOLARE: brillamento (di luce) solare di classe M7 (cioè quasi di classe X, la più alta), scatenato ieri 29 Gennaio alle 04:38UT dalla Active Region (gruppo di macchie solari) AR3559. Immagine della corona solare in una frequenza di UV estremo a cura del satellite geostazionario Solar Dynamics Observatory della NASA. Questo è stato l'evento solare più forte dal brillamento X5 di Capodanno, a sua volta il più intenso dal 2017. Il Sole inizia così il 2024 con i fuochi d'artificio, come atteso vista la predizione che il periodo di massimo nell'attuale ciclo undecennale di attività solare accadrà nel 2024.
La AR3559 aveva emesso vari brillamenti già dal 19 al 23 gennaio. In particolare il giorno 23 produsse un brillamento di tipo raro detto "sympathetic", cioè simultaneo con un brillamento molto distante e collegato ad esso. Nei giorni seguenti la 3559 aveva smesso di emettere brillamenti forti e, dall'analisi del suo campo magnetico, appariva alquanto stabile. Il brillamento intenso di ieri è stato dunque una sorpresa.
L'evento è avvenuto giusto un giorno prima che la 3559 sparisse dalla vista terrestre, sul bordo Ovest (destro) del Sole, a causa della rotazione solare.
Al brillamento, come accade spesso, si sono affiancate:
- un'Eruzione di Massa dalla Corona (CME) (eruzione che in questo caso, essendo laterale, colpirà la Terra solo di striscio, innescando al più solo un'aurora boreale debole)
- la comparsa di protuberanze a forma di arco nelle ore seguenti (che, grazie alla posizione sul bordo, sono state fotografate anche da vari amatori - vedi sotto nei commenti)
- un Evento di Particelle Solari (o Tempesta di Radiazione Solare), cioè emissione di protoni energetici. In questo caso, grazie a un percorso magnetico favorito dal bordo solare Ovest alla Terra, i protoni hanno raggiunto l'alta atmosfera terrestre. Questa è stata una tempesta di classe S2: possibili problemi all'elettronica di satelliti, e possibile esposizione a radiazione ionizzante per gli occupanti di voli alti ad alta latitudine e delle stazioni spaziali.
Nella foto in basso, arcata di protuberanze (guidate dal campo magnetico) comparsa nelle ore seguenti al brillamento, in una foto di Giorgio Rizzarelli (Centro Studi Astronomici Antares Trieste).

2024/01/26
Cielo profondo
LUCI DI STELLE ASSORBITE E RIFLESSE: la bellissima immagine che qui pubblichiamo, ripresa dal nostro fotografo David Kralj, ritrae l’interessante area circostante Alnitak (ζ Orionis), la più orientale tra le tre luminose stelle di prima grandezza che delineano l’asterismo noto come “cintura di Orion”. Osservando con attenzione la foto, oltre al caratteristico colore azzurre delle stelle più luminose ivi presenti e di quello rossastro dei gas che permeano la zona, si può facilmente notare come il numero delle stelle visibili sia tutt’altro che uniformemente distribuito nel campo ripreso. Lecito chiedersi se questa dicotomia sia reale o meno.
Per comprendere come effettivamente stanno le cose, è necessario parlare degli spazi interstellari, talmente vuoto che non è possibile riuscire a riprodurlo tale neanche in laboratorio; eppure, questo vuoto, capace di sfidare ogni più fervida immaginazione, non è un vuoto assoluto!
Tra una stella e l’altra, infatti, sono infatti presenti minuscoli granelli metallici, molecole ed atomi, la cui densità è modellata dei venti prodotti dalle stelle, soprattutto da quelle caldissime. Anche se la densità di atomi e molecole è ben poca cosa o, meglio quasi del tutto insignificante, quando sommati lungo interminabili percorsi, la presenza di questa materia interstellare – così come viene definito l’insieme di elementi sopra descritto - diviene chiara, rivelando la sua presenza in modo apprezzabile. Soprattutto lungo il piano equatoriale galattico, la materia interstellare si addensa formando vaste nubi che inducono un evidente assorbimento sulla luce di ogni astro ad questa retrostante e disposto lungo la nostra visuale. Ecco quindi, sullo sfondo uniforme costituito da moltitudini di astri, la presenza di chiazze scure, più o meno estese, dove le stelle sembrano mancare.
In realtà le stelle ci sono, eccome; la loro apparente assenza è dovuta all’intercettazione della loro luce da parte di quelle che vengono definite “nebulose oscure”. La presenza di materiale oscurante in spazi all’apparenza oscuri viene rilevata dall’arrossamento indotto sulla luce delle stelle retrostanti a tali sistemi: in particolare, dal fatto che il loro indice di colore (ovvero la differenza tra le magnitudini di una stella misurate in due diverse regioni dello spettro elettromagnetico come, ad esempio, nel blu nel visuale) non corrisponde al loro tipo spettrale: in presenza di tale differenza, si parla di “eccesso di colore”. Ad esempio, una stella di tipo A, prettamente bianca, ha indice di colore pari a 0 quando la sua luce non è assorbita dalla materia interstellare; se, al contrario, la stella appare rossastra, essa evidenzia un indice di colore positivo, dovuto ad un assorbimento della sua luce, maggiormente nel violetto rispetto al rosso. Il contesto è il medesimo per il Sole quando appare rossastro al suo sorgere o tramontare: ma mentre in questo caso è lo strato atmosferico ad agire, assorbendone la luce e riemettendola a lunghezze d’onda maggiori (portando così il Sole a divenire rosso), a rendere parimenti arrossate le stelle è la materia interstellare. La scarsità di stelle a sud di IC434 - la rossastra nebulosa ad emissione sulla quale si staglia l’evidente nube oscura che delinea B33, la ben nota “nebulosa testa di cavallo ” - è dovuta proprio all’effetto di assorbimento indotto dal vasto velo di materia interstellare sulle stelle ad questo retrostanti.
Ma non sempre ammassi di polveri e gas sono oscuri. Avviene, sovente, che al loro interno, o di fronte ad essi, si trovano stelle che li rischiarano, alla pari di fari nella nebbia. Le particelle solide contenute in queste nebulose, infatti, ne diffondono la luce, rendendole illuminate di una pallida luce azzurra che, ad un’attenta osservazione, si rende più intensa in vicinanza delle stelle di cui tali nebulose ne riflettono la luce: sono queste le nebulose a riflessione, esattamente come quelle visibili attorno alle stelle azzurre ritratte in questa istantanea.
Tutto l’insieme di particelle solide (frammenti minutissimi di grafite, silicati e ferro, incluso ghiaccio d’acqua) hanno forme varie, con l’asse maggiore certamente orientato lungo le linee di forza dei campi magnetici che permeano tali nebulose, la cui luce è anche polarizzata. Questi grani sottili diffondono meglio le radiazioni blu e ultraviolette rispetto a quelle rosse e infrarosse: ciò spiega perché, qualunque sia la composizione luminosa della sorgente, il colore delle nebulose a riflessione tende ad essere leggermente più bluastro rispetto a quello delle stelle che le illuminano.
Dati tecnici della ripresa:
autore: David Kralj (Centro Studi Astronomici Antares Trieste); luogo della ripresa: Čepno/Ceppeno (Slovenia); teleobiettivo: Pentax75 focale 500mm; camera: ZWO ASI 294MC PRO, raffreddata a -10°; filtro: Optolong L-pro a banda larga; pose: 56x180” + 10 dark + 20 flat; software elaborazione: Pixinsight, Photoshop

2024/01/26
News dal Cosmo
NASCITA DI UN AMMASSO DI STELLE: questa nuova immagine rilasciata dal team di James Webb Space Telescope (NASA/CSA/ESA) ritrae la regione di formazione stellare N79, situata nella Grande Nube di Magellano, la più grande tra le numerose galassie satelliti della Via Lattea. Estesa per oltre 1.600 anni-luce da un capo all’altro, N79 è una versione in miniatura dell’enorme 30 Doradus - la nota “nebula tarantola”, contenuta nella medesima galassia - anche se rispetto a questa il tasso di formazione di nuove stelle sembra essere addirittura il doppio.
L’immagine in questione è composita, prodotta dallo strumento MIRI (Mid-Infrared Instrument), attraverso filtri a banda stretta: per la produzione dei colori, nello specifico, la ripresa effettuata col filtro 770 W (7,7 micron) è stata associata al blu, quella col filtro 1000 W (10 micron) al ciano, quella col filtro 1500 W (15 micron) al giallo e quella col filtro 2100 (21 micron) al rosso. Alle lunghezze d'onda del medio infrarosso (la camera MIRI è capace di effettuare riprese tra 4,9 e 28,8 micron), Webb è in grado di rilevare ciò che è nascosto in dense nubi di polveri. N79 produce nuove stelle molto più velocemente di altre regioni simili presenti nella Galassia, dalla quale differisce anche per composizione chimica, simile a quella delle gigantesche regioni di formazione stellare osservate quando l’Universo aveva solo pochi miliardi di anni, epoca nella quale la formazione stellare era al suo apice.
Come per tutti i soggetti luminosi ripresi da JWST, anche la luce di ciò che appare come una stella più luminosa ma che in realtà è un compatto e ammasso di stelle neonate, visibile poco sopra il centro dell’immagine, appare composta da sei raggi di diffrazione principali, creati dalla simmetria esagonale dei 18 elementi che costituiscono lo specchio primario del telescopio spaziale, ai quali si aggiungono altri due meno evidenti (per un totale di 8 raggi di diffrazione) prodotti dai montanti dello specchio secondario.
Crediti dell’immagine: ESA/Webb, NASA & CSA, O. Nayak, M. Meixner

2024/01/21
Cielo profondo
UN CUORE E UN FETO IN CASSIOPEIA: pubblichiamo oggi questa bellissima ripresa effettuata dal nostro fotografo Orso Pedriali da Piano del Tivano (LC) del vasto complesso nebulare formato da IC1805 “nebulosa cuore” e IC1854 “nebulosa feto”. Lontane circa 7.500 anni-luce dal sistema Solare, le due nebulose si proiettano sulla volta celeste nella costellazione di Cassiopeia ma giacciono, in realtà, nel braccio a spirale di Perseus, esterno rispetto al braccio di Orion nel quale giace il Sistema Solare, tutte le stelle visibili ad occhio nudo nel cielo notturno e molti tra i più noti oggetti del cielo profondo.
Estendendosi per oltre 600 anni-luce da un capo all’altro, IC1805 e IC1854 costituiscono uno tra i più vasti e studiati complessi di formazione stellare: entrambe enormi fabbriche costituite da gigantesche bolle di gas prodotte dalle intense radiazioni e dai venti emessi da stelle neonate ed altre di sequenza principale, con età di appena qualche milione di anni. All’interno della nebulosa cuore è ben visibile Melotte 15, associazione composta da stelle supergiganti azzurre con età comprese tra 1 e 3 milioni di anni: sono proprio gli intensi venti stellari prodotti da tali stelle ad aver prodotto le enormi bolle che alla nostra vista, grazie alla pareidolia, appaiono come i ventricoli di un cuore. Melotte 15 costituisce il nucleo della più vasta grande associazione di stelle Cassiopeia OB6.
L'ammasso stellare aperto NGC1027, ben visibile quasi al centro dell'immagine, nonostante la vicinanza prospettica alla nebulosa cuore sembra non essere fisicamente associato ad essa: la distanza del gruppo di stelle dal Sistema Solare, valutata attorno ai 3.000 anni-luce, lo porrebbe infatti in secondo piano rispetto a entrambi i due complessi nebulari. Splendendo di settima grandezza, esso si rende ben visibile all'osservazione effettuata col binocolo.
Nella parte sx dell’immagine è presente, appena visibile come una piccolissima macchia di colore rossastro, anche la piccola galassia Maffei 1, lontana oltre 10 milioni di anni-luce, indebolita solo dalle polveri galattiche che ne attenuano la luce.
Dati tecnici della ripresa:
autore: Orso Pedriali (Centro Studi Astronomici Antares Trieste); luogo della ripresa: Piano del Tivano (LC); camera: Canon 6D modificata + teleobiettivo Canon 300mm ad f/5; pose: 73x50” + 15 dark + 133 flat + 133 bias; tempo di integrazione totale: 60’; elaborazione: Photoshop

2024/01/20
Conferenza
venerdì 26 gennaio 2024, ore 21
SPAZI DI CIELO STELLATO: alla scoperta dei segreti del Cosmo tra geografia celeste, storia, astrofisica, astroimaging e curiosità
relatore: Stefano Schirinzi (Centro Studi Astronomici Antares Trieste)
Abstract: primo appuntamento di una nuova serie didattica il cui scopo è quello di fornire un quadro complessivo sul Cosmo iniziando dall'elemento base: le costellazioni. Partiremo descrivendo il quadro storico delle stesse e come vengono delineate nella moderna cartografia celeste ed analizzeremo nel dettaglio - attraverso le immagini prodotte dai soci del Centro Studi Astronomici Antares Trieste ed altre riprese dai grandi telescopi professionali - quanto di interessante le stelle della costellazione in oggetto forniscono nella comprensione dei fenomeni astrofisici, passando poi ad altri oggetti sempre più complessi quali nebulose, galassie e strutture di dimensioni ancora maggiori presenti nell'Universo osservabile.
Nella relazione saranno presenti i più recenti aggiornamenti sulle ricerche scientifiche inerenti le varie tipologie di oggetti analizzati assieme ad un vasto assortimento di dati e curiosità altrimenti sconosciute ai più.
L'appuntamento, che sarà tenuto sul canale Skype del Centro Studi Astronomici Antares Trieste, è propedeutico alla serata astronomica outdoor dedicata che verrà successivamente effettuata.

2024/01/19
News dal Cosmo
REMOTE GALASSIE DALLE STRANE FORME: uno studio condotto sulle riprese effettuate per la campagna di indagine "Cosmic Evolution Early Release Science" (CEERS), condotto da un team della Columbia University di New York, ha identificato galassie con z da elevati a moderatamente elevati ovvero in un range di età dell'Universo da 600 milioni a 6 miliardi di anni, dalla forma piatta e allungata (probabili spirali) ed altre che sembrano meri palloni (ellittiche in formazione?), rilevata solo da JWST: secondo analisi statistiche, il 50%-80% delle galassie osservate nel distante Universo sarebbe così strutturata.
Crediti dell'immagine: NASA, ESA, CSA, Steve Finkelstein (UT Austin), Micaela Bagley (UT Austin), Rebecca Larson (UT Austin)

2024/01/15
ENTUSIASMO ALLE STELLE: il nostro giovane socio Andrea Nichele, che ha da pochissimo ha iniziato a fotografare il cielo profondo con la sua strumentazione, sta facendo passi da gigante grazie al suo entusiasmo e al supporto dei nostri fotografi. La bellissima foto di NGC2237/C49, meglio nota come “nebulosa rosetta” a causa della sua particolare forma, è stata ripresa da Andrea qualche giorno fa, nella prima serata utile dopo le sferzate della Bora; corrediamo la bellissima ripresa con la descrizione, redatta ancora da Andrea.
Nei cieli notturni invernali, la “rosetta” è certamente uno dei soggetti più famosi e brillanti da fotografare. Questa nebulosa si trova nella costellazione Monoceros ed è facilmente reperibile nel cielo essendo localizzata tra le luminose Procyon (α Canis Minoris) e Betelgeuse (α Orionis), rendendosi visibile anche attraverso l’utilizzo di un binocolo o un piccolo telescopio a patto di effettuare le osservazioni in aree lontane da fonti luminose. Scoperta da William Herschel nel 1784, “rosetta” è lontana 5.200 anni-luce dal Sistema Solare e si stima che si estenda per circa 100 anni-luce. Questa tipo di struttura gassosa è definita molecolare poiché le basse temperature ivi esistenti permettono la formazione di molecolare di idrogeno.
Al centro della nebulosa è perfettamente visibile, già ad occhio nudo e ancora meglio al binocolo, il bellissimo ammasso aperto NGC2244, composto da stelle blu giganti che irradiano prepotentemente nell’ultravioletto verso le masse di idrogeno circostanti: questo rende l’idrogeno ionizzato, che diventa di colore rosso. Al centro della nebulosa sono presenti i cosiddetti globuli di Bok, zone dense di gas e polveri dove avviene la formazione di nuove stelle.
Dati tecnici della ripresa:
autore: Andrea Nichele (Centro Studi Astronomici Antares Trieste); location della ripresa: Črnotiče/Cernotti (Slovenia); telescopio: newton Skywatcher 200/1000 PDS; camera: Canon eos 2000D; filtro optolong L-pro; no guida; pose: 3x184" ISO 3200+ dark; software elaborazione: Pixinsight, Sequator, Photoshop

2024/01/14
UN OSCURO SERPENTE TRA GIOVANI STELLE: per la maggior parte degli appassionati che si dilettano nella fotografia astronomica, non vi è nulla di più oltre l’apprezzamento artistico per un’immagine prodotta. Come più volte abbiamo ribadito nei nostri appuntamenti didattici, una singola ripresa analizzata con estrema attenzione porta a visualizzare elementi di notevole importanza astrofisica, altrimenti ignorati.
E’ questo i caso dell'immagine che qui pubblichiamo, ritaglio di una ripresa di dimensioni molto maggiori effettuata, come sempre con grande maestria, dal nostro fotografo David Kralj da una località nei pressi del villaggio di Čepno/Ceppeno (Slovenia). L’immagine originale, che sarà oggetto di una prossima pubblicazione (stay tuned!), ritrae la vasta area situata nei pressi della luminosa stella Alnitak (ζ Orionis), intrisa di alcuni stupefacenti e noti complessi nebulari, parte del grande complesso molecolare di Orion, lontano mediamente attorno ai 1.600 anni-luce dal Sistema Solare.
Ciò che vogliamo esporre in questo ritaglio è la presenza di oggetti diversi su piani differenti: in particolare, la stretta e lunga nebulosa oscura che, partendo da NGC2024 “nebulosa fiamma” (in alto), lontana tra o 1.300/1.350 anni-luce dal Sistema Solare, sulla quale si sovrappone; la nebulosa oscura in questione si pone, quindi, dietro ad una vasta nube di idrogeno (lontana circa 1.300 anni-luce dal Sistema Solare) che però non brilla per emissione a causa della mancanza di stelle ad essa vicine utili a renderla incandescente (le tre stelle tra la nona e l’undicesima grandezza che sembrano sovrapporsi sono, in realtà, retrostanti a questa area nebulare); se questa struttura avesse coperto la vicina Alnitak, la luminosità apparente della stella sarebbe stata indebolita di almeno 2 ordini di grandezza.
La lunga nebulosa oscura che siamo qui descrivendo è modellata dagli intensi venti stellari emessi da caldissime stelle azzurre presenti nella zona e si rende finalmente ben visibile uscendo dalle nubi di idrogeno che la coprono, poco oltre la bellissima nebulosa a riflessione NGC2023/VDB52 che, per l’appunto, riflette il colore azzurro della stella caldissime stella di sequenza principale HD37903, lontana 1.300 anni-luce dal Sistema Solare (distanza valida anche per la nebulosa che la circonda), visibile al centro della stessa: l’unica visibile di un gruppo di stelle giovani, che appaiono solo come sorgenti infrarosse in quanto ancora circondate dai gas e dalle polveri dai quali hanno avuto origine. E’ dopo questa area azzurra a riflessione che l’oscuro serpente di polveri, partito dalla “nebulosa fiamma”, esce finalmente allo scoperto assumendo quell’incredibile ed arcinota forma che la pareidolia ci induce ad renderla somigliante al collo e alla testa di un equino: parliamo, ovviamente, di B33, lontana poco meno di 1.400 anni-luce dal Sistema Solare.
Prestando attenzione alla descrizione qui fornita, non sarà difficile farsi un’idea dei diversi piani dimensionali sui quali è distribuito tutto il materiale gassoso e polveroso, nonché le stesse stelle, nel complesso scenario di questa stupenda ripresa. Tenendo conto dell’estensione sulla volta celeste della nebulosa oscura in questione, di poco inferiore a 2°, e mettendo in relazione con la distanza media desunta per l’intero apparato nebulare, ne risulta che la reale estensione nello spazio del filamento di polveri oscure oltrepassa il centinaio di anni-luce.
A rendere luminosa la nebulosa IC434, sulla quale si staglia la “testa di cavallo”, è l’altra caldissima stella σ Orionis, tra le componenti intrinsecamente più luminose facenti parte della vasta associazione Orion OB1, che permea tutta la zona della cosiddetta “cintura di Orion”.
Tale stella, fuori campo nell’immagine (in basso a dx), è responsabile delle tracce oscure, appena visibili sopra la “testa del cavallo”, modellate dall’intenso flusso del vento prodotto da σ Orionis. Più a nord, l’intensa energia ultravioletta irradiata dalla caldissima Alnitak (ζ Ori) porta i gas della nebulosa fiamma ad emettere per incandescenza; al centro di questo sistema gassoso è presente un ammasso di giovanissime stelle, anch’esse responsabili dell’eccitazione dei gas che portano la nebulosa fiamma a rendersi visibile. Appena a nord di Alnitak è visibile la sua compagna: 𝗔𝗹𝗻𝗶𝘁𝗮𝗸 𝗕, una stella di magnitudine 3,7 che, separata da 2,4" d'arco dalla principale, ne viene sommersa dalla luce.
Dati tecnici della ripresa:
autore: David Kralj (Centro Studi Astronomici Antares Trieste); luogo della ripresa: Čepno/Ceppeno (Slovenia); teleobiettivo: Pentax75 focale 500mm; camera: ZWO ASI 294MC PRO, raffreddata a -10°; filtro: Optolong L-pro a banda larga; pose: 56x180” + 10 dark + 20 flat; software elaborazione: Pixinsight, Photoshop

2024/01/13
Cielo profondo
M93: nella porzione di Via Lattea compresa tra Monoceros e Canis Major, nel bel mezzo all’asterismo del triangolo invernale delineato dalle stelle di prima grandezza Sirius (α Canis Majoris), Procyon (α Canis Minoris) e Betelgeuse (α Orionis), è presente un gran numero di ammassi stellari di tipo aperto. L’immagine che qui pubblichiamo, ripresa da Stefano Schirinzi (Centro Studi Astronomici Antares Trieste), ritrae M93 in Puppis, uno dalla declinazione più bassa tra quelli elencati da Charles Messier nel suo famoso Catalogue des Nébuleuses et des Amas d'Étoiles, pubblicato nel 1774.
Questo gruppo di stelle venne scoperto proprio dall’astronomo francese (e sale ancora oggi) non più di 17° sull’orizzonte durante il transito al meridiano. Tale condizione, unita a quella dei telescopi impiegati da Messier - la maggior parte dei quali rifrattori di lunga focale ma poco luminosi, che fornivano non oltre i 140 ingrandimenti – consentì al grande astronomo visualista di determinare ciò che vide in un “ammasso di piccole stelle senza nebulosità”. Lontano circa 3.600 anni-luce dal Sistema Solare, M93 si estende per 10’ sulla volta celeste; da questi due valori è possibile derivare il reale diametro spaziale dell’ammasso, che risulta aggirarsi attorno ai 10 anni-luce.
L’osservazione effettuata con telescopi di modesta apertura consente di individuarne una forma grosso modo triangolare che rende meno all’aumentare del diametro dello strumento utilizzato; essendo situato in una densissima regione della Via Lattea, numerose stelle che fanno da fondo al centinaio di stelle ben distinguibili: la percezione di M93 è davvero spettacolare, considerando che molte delle componenti appaiono distribuite a coppie o gruppi. M93 è un ammasso molto giovane, con un'età stimata in soli 100 milioni di anni; in questo arco di tempo, circa una decina delle sue componenti - quasi tutte, caldissime stelle di tipo B - sono evolute in giganti arancioni, tra le quali figurano le due stelle più luminose di M93, entrambe di ottava grandezza, situate al vertice (rivolto a sud-ovest) dell’apparente forma triangolare che sembrano assumere le componenti dell'evidente condensazione centrale. Altre si estendono, in aree meno dense, verso oriente: queste, assieme alle restanti stelle dell’ammasso, si dispongono a delineare una curiosa forma ad M.
Giacendo esattamente sul piano galattico, la luminosità delle stelle di M93 è indebolita almeno di mezza magnitudine a causa dell’assorbimento indotto dalla grande quantità di polveri presenti lungo la linea visuale diretta verso il gruppo. Trovare la posizione di M93 sulla volta celeste è un gioco da ragazzi: individuate le tre luminose stelle Adhara (ε Canis Majoris), Wezen (δ Canis Majoris) e Aludra (η Canis Majoris) che delineano il posteriore di Canis Major, basta spostarsi di poco più di 3° ad est per individuare la stella di terza grandezza Azmizi (ξ Puppis), rispetto alla quale M93 è situato 1° e mezzo a nord-ovest, facilmente visibile già in un piccolo binocolo.
Dati tecnici della ripresa:
autore: Stefano Schirinzi (Centro Studi Astronomici Antares Trieste); location della ripresa: Črnotiče/Cernotti (Slovenia); telescopio: rifrattore Skywatcher EVOStar 15ED; camera: ZWO ASI294, non raffreddata; no filtri; no guida; pose: 3x60" + dark + bias; software acquisizione: ASIImg; software elaborazione: Photoshop

2024/01/10
News dal Cosmo
NUOVI COLORI PER I GIGANTI DI GHIACCIO: alla visione diretta al telescopio, abbiamo sempre sperimentato come il pianeta Nettuno, il pianeta (ad oggi) più lontano dal Sole appaia molto più blu rispetto al bellissimo acquamarina con cui appare il più vicino Urano.
Eppure, stando ad un recente studio condotto da Patrick Irwin, fisico planetario all'Università di Oxford, e dal suo team, i reali colori dei giganti di ghiaccio Urano e Nettuno non sarebbero quelli noti alla comunità astronomica a partire dai release NASA seguiti alle riprese dalla sonda robotica Voyager 1, che effettuò un passaggio ravvicinato ai due pianeti rispettivamente nel 1986 e nel 1989: mentre le immagini di Urano furono elaborate in modo, tutto sommato, fedele al suo reale colore, quelle di Nettuno - definito da allora il "pianeta blu" - vennero abbondantemente modificate, soprattutto accentuandone il colore nel bellissimo blu topazio, quasi elettrico, con l'unico fine di evidenziarne i particolari atmosferici.
Il team di planetologi ha utilizzato sia recenti riprese dei due pianeti, effettuate dal telescopio spaziale Hubble (NASA) e dal Very Large Telescope (ESO/ESA) - strumenti in grado di catturare un ampio spettro di colori per ogni singolo pixel dei loro sensori - che riprese più datate, ottenute a partire dalla metà del secolo scorso presso l'osservatorio Lowell, in Arizona.
L'intero pacchetto di dati - e in particolare, proprio le immagini originali catturate da Voyager 2 (ad opera di un sistema di due camere a campo largo e ristretto, entrambe dotate di filtri che consentivano di effettuare riprese tra 280 nm e 640 nm) - è stato quindi ricalibrato in linea con i nuovi dati, mostrando come entrambi i due pianeti appaiono acquamarina, colore prodotto da uno strato di metano nelle atmosfere dei pianeti, che assorbe la parte più rossastra della luce emessa dal Sole.
In sostanza, Urano apparirebbe leggermente più bianco di Nettuno, in quanto la sua atmosfera meno dinamica rispetto a quella del suo gemello più lontano, permette alle foschie di metano di accumularsi in quantità maggiori: ciò porterebbe la componente rossa della luce solare ad essere maggiormente riflessa rispetto a quanto accade all'atmosfera nettuniana.
Ad ogni modo, lo studio di Irwin non è il primo a determinare una non corretta accentuazione dei colori di Nettuno poiché, già nel 2019, il planetologo Björn Jónsson della Planetary Society aveva effettuato uno studio nel quale i solori dei due pianeti giganti erano stati corretti rispetto alle immagini di Voyager 2: basandosi sui loro spetti, Jónsson mostrò Urano e Nettuno apparirebbero sotto condizioni di identica illuminazione da parte del Sole che, come ben sappiamo, su Nettuno è minore essendo più lontano di Urano dal Sole di almeno una decina di Unità Astronomiche.
Crediti dell'immagine: NASA/Patrick Irwin (Oxford University)

2024/01/09
Cielo profondo
UNA PICCOLA MANGIATOIA DI STELLE: nel nostro tour tra gli oggetti del cielo profondo, soffermiamo oggi la nostra attenzione su questa stupenda istantanea prodotta dal nostro fotografo Aleš Ferluga. Essa ritrae uno tra gli ammassi di stelle più belli che la volta celeste possa offrire; e non solo perché M41 - questo il nome di questo straordinario gruppo stellare - è subito rintracciabile esattamente 4° a sud di Sirius (α Canis Majoris), la stella più luminosa della volta celeste, ma anche perché la sua elevata luminosità apparente (quarta grandezza) lo rende ben discernibile ad occhio nudo - a patto di osservarlo da cieli oscuri, al riparo da fonti luminose.
La straordinaria somiglianza nella luminosità e disposizione delle sue stelle con quelle dell’ammasso stellare M44 in Cancer, ben noto come “la mangiatoia”, ha portato M41 ad essere conosciuto con l’appellativo di “piccola mangiatoia”, considerando la sua estensione apparente, pari a circa la metà di quella dell’ammasso stellare in Cancer.
Per lungo tempo, la sua scoperta venne attribuita all’astronomo britannico John Flamsteeed, che lo osservò nel 1702; ma a metà degli anni ‘80 del secolo scorso la scoperta di alcuni scritti ad opera dell’astronomo siciliano Giovanni Battista Hodierna provarono che M41 venne osservato già nel 1650. Relativamente ai resoconti osservativi storici, M41 è noto in quanto potrebbe detenere addirittura un record quale primo oggetto del cielo profondo ad essere stato descritto in tempi antichi: secondo alcuni autori, il passo “stella con coda nella coscia del cane” presente nel Metereologica di Aristotele, edito nel 325 a.C., si riferirebbe proprio a questo gruppo ma la cosa è tutt’altro che certa, restando mera ipotesi. Anche se l’ammasso è incluso nel noto catalogo redatto da Charles Messier, a non tutti gli appassionati è noto che, come riportò il grande divulgatore francese Camille Flammarion nella monumentale opera descrittiva “Les Étoiles et les Curiosités du Ciel” del 1882, “Messier l’ha meglio osservato, registrandolo sotto al n. 12 del proprio catalogo”.
Trattandosi di un oggetto esteso ancor più del diametro apparente della Luna piena, l’osservazione di M41 si presta meglio al binocolo: la bellezza del gruppo risiede nel fatto che le sue stelle ben discernibili sembrano quasi illuminate dall’abbagliante luce di Sirius, che in un binocolo del tipo 7x50 o 8x30 condivide con M41 lo stesso campo visuale. Un’attenta osservazione effettuata al telescopio rileva non solo la presenza di un gran numero di stelle più deboli, tanto che fino alla 13a grandezza è possibile riuscire ad individuare circa un’ottantina di componenti. La disposizione di molte di queste crea alcune file o allineamenti di stelle ben delineati; in alcune zone, queste si riuniscono a formare altre curiose figure come triangoli o poligoni.
Anche se le componenti più luminose di M41 sono una ventina di stelle azzurre dalla luminosità attorno alla 7a grandezza, tra queste fanno bella presenza di sé almeno quattro stelle dalla spiccata colorazione arancione: la più luminosa è la gigante arancione HIP32406, situata nei pressi del centro di M41 mentre le componenti più deboli del gruppo non differiscono dal Sole in termini di massa, temperatura e volume. Pur trattandosi di un gruppo molto giovane, con un’età stimata tra i 190 e i 200 milioni di anni, tuttavia, il moto nello spazio e la poca coesione gravitazionale delle sue componenti porteranno M41, forse nel giro di 300 milioni anni, letteralmente a disperdersi. Alcune delle sue stelle hanno già iniziato ad evolversi e ciò è testimoniato dalla presenza della gigante arancione sopra descritta e di altre quattro ivi presenti: la loro massa iniziale, maggiore rispetto alle altre componenti azzurre del gruppo, le ha portate infatti ad evolvere in tempi più veloci. Considerando la distanza di M41 dal Sistema Solare, valutata superiore ai 2.000 anni-luce - localizzato, quindi, ai margini del locale braccio galattico di Orion - ne risulta che le sue stelle si estendono nello spazio per un diametro indicativo pari ad una ventina di anni-luce.
Dati tecnici della ripresa:
autore: Aleš Ferluga; location della ripresa: Cepno/Ceppeno (Slovenia); camera: ZWO ASI 2600MC PRO, raffreddata a -10°;
filtro: Idas LPS D1

2024/01/07
Cielo profondo
EVANESCENTI RIFLESSI BLU: la stupenda istantanea che oggi pubblichiamo, ripresa dal nostro bravissimo fotografo Maurizio Cabibbo da Casola val d’Elsa (SI), ritrae l’area circostante la nota Alnilam (ε Orionis), stella centrale del noto terzetto formante l’asterismo noto come “cintura di Orione”. Immersa nel braccio galattico da cui prende il nome, a circa 1.600 anni-luce dal Sistema Solare, l’area in questione è ricchissima in termini di sistemi nebulari e associazioni composte da stelle giovani, caldissime e massicce. Le più luminose e note tra queste strutture di gas e polveri presenti nella zona costituiscono target primario tra gli appassionati di fotografia astronomica; ciò che però andiamo qui a presentare è, però, tutt’altro che noto in quanto, letteralmente, messo in secondo piano dai gioielli celesti presenti nelle vicinanze.
Come solitamente accade per le stelle ad elevatissima temperatura, anche Alnilam emette un intenso vento stellare che, oltre ad essere 20 milioni di volte superiore a quello prodotto dal Sole in termini di perdita di massa annuale, contribuisce ad allontanare radialmente dalla stella le polveri e i gas situati nelle vicinanze della stella: il risultato è una sorta di immensa caverna che Alnilam ha scavato nella ricca area in cui si trova immersa.
Le parti più dense di questo bozzolo di gas di colore azzurro costituiscono la nebulosa NGC1990; queste si rendono visibili nella foto subito a nord della stella e poco o nulla si sa di queste in letteratura. Queste risultano, infatti, essere talmente elusive che è facile comprendere come la stessa esistenza di qualche tipo nebulosità circostante Alnilam, indicata da Herschel e in seguito inserita dal Dreyer nel suo New General Catalogue, sia stata addirittura messa in discussione. Ma la nebulosa c’è; e la sua evanescenza è essenzialmente dovuta all’abbagliante luce di Alnilam che, lo ricordiamo, è la 29a più luminosa dell’intera volta celeste.
A meno di 1° a sud-ovest di questa è presente un’altra interessante ma poco nota nebulosa, LBN935, la cui sigla indica la sua presenza all’interno del Catalogue of Bright Nebulae, redatto dall’astronoma Beverly Lynds negli anni ‘60 dello scorso secolo. Le parti azzurre di questo complesso nebulare quasi certamente riflettono la luce di quattro stelle di quinta e sesta grandezza, lontane attorno ai 1.200 anni-luce dal Sistema Solare, disposte lungo una curva che, all’apparenza, sembra seguire il profilo della stessa nebulosa. Alnilam, trovandosi in secondo piano rispetto a queste (la sua distanza dal Sistema Solare è valutata attorno ai 2.000 anni-luce), non è quindi la responsabile diretta delle parti azzurre ovvero a riflessione di questa nebulosa: essa illumina solo la parte interna, la cavità che tale supergigante azzurra è riuscita a scavare nel complesso nebulare nel quale essa si è quasi sicuramente formata.
Dati tecnici della ripresa:
autore: Maurizio Cabibbo (Centro Studi Astronomici Antares Trieste); luogo della ripresa: giardino di casa e Agriturismo Torre Doganiera, Casole d'Elsa (SI); telescopio: Takahashi FSQ106EDXIII ad f/3,6; camera CCD: Sbig STL11000; filtri: L CLS CCD Astronomik, Astrodon Ha 6nm, RGB Astrodon I serie; pose: L 12x900sec, Ha 11x900sec, RGB 6x600sec per filtro; elaborazione: pose: LHRGB; software per la ripresa: MaximDL; software per l'elaborazione: PixInsight, Photoshop

2024/01/06
Cielo profondo
UNA BEFANA TRA LE STELLE?: la tendenza a riconoscere modelli familiari in qualcosa che non esiste è un fenomeno noto come pareidolia; lo stesso che porta ad associare forme note alle nuvole, a vedere volti nei mari lunari, personaggi, animali e oggetti delineati dalle stelle e intrecci di canali sulla superficie marziana. A tal proposito, è ben nota, tra appassionati e addetti ai lavori, l’abitudine di attribuire nomignoli a nebulose o ad ammassi stellari in base alla forma da questi assunta. Uno degli esempi più accattivanti è senz’altro la nebulosa a riflessione IC2118/NGC1909 in Eridanus, detta “testa di strega” proprio per il suo caratteristico aspetto, percepibile solo ad immagine ribaltata di 180° ovvero come essa appare ripresa dall'emisfero australe (qui appositamente resa tale) ma che, ripresa dalle nostre latitudini, ricorda più la forma di una sciabola; l’idea della strega, risalente al 1927, fu proposta dall'astronomo americano Frank Ross.
La bellissima immagine che qui presentiamo, ripresa dal nostro fotografo Aleš Ferluga, ritrae questa grande nube azzurra, lunga ben 3° e larga 1°, con grandi dettagli: nella parte centrale della stella, prestando attenzione, è possibile notare anche la presenza di piccole e remotissime galassie di fondo (per trovarle, l'immagine va indagata a fondo con attenzione, ingrandendola). Immagini a colori come questa evidenziano il bellissimo colore azzurro di questa nebulosa a riflessione: come sempre, la causa va ricercata sia nella presenza di vicine stelle dalla caldissima temperatura superficiale che nei granelli di polvere cosmica che compongono la nebulosa e che ne riflettono la caratteristica luce azzurra secondo lo stesso fenomeno che rende il bellissimo cielo terrestre di colore azzurro.
In questo caso, la stella responsabile dell’illuminazione della nebulosa per riflessione della sua luce è nientemeno che la luminosissima Rigel (β Orionis), situata 2° ad est (il chiarore di questa è visibile sul bordo dx della foto, essendo la stella presente subito oltre lo stesso) e appena più lontana (860 anni-luce) della nebulosa, situata a 685 anni-luce dal Sistema Solare. Si ritiene che IC2118 sia un resto di supernova, rilasciato dall'esplosione di una stella massiccia alla fine della sua evoluzione; da questo gas sembra che stiano nascendo nuove stelle. Le nebulosità visibili nello sfondo, quelle di colore rossastro, sono dovute all'idrogeno presente nella vasta "nube molecolare di Orion".
Dati tecnici della ripresa:
autore: Aleš Ferluga (Centro Studi Astronomici Antares Trieste); luogo della ripresa: Čepno/Ceppeno (Slovenia); teleobiettivo: Canon 200mm ad f/2,8; filtro: Idas lps D1; camera: ZWO ASI 2600MC Pro; pose: stacking 12x10'; elaborazione: Pixinsight, Photoshop

2024/01/05
Cielo Profondo
NEBULOSA E PULSAR DEL GRANCHIO: la più nota tra le supernove osservate nella Galassia apparve nei pressi dalla stella Tianguan (ζ Tauri) nell’anno 1.054; lo scalpore che dovette destare la luminosità di questa nuova stella, talmente elevata da divenire visibile anche in pieno giorno, dovette certamente incutere timore negli occhi e nelle menti di coloro che all’epoca vivevano ancora in un mondo governato dalla superstizione e dall’irrazionale (...e, purtroppo, sarebbero dovuti passare ancora diversi secoli prima di studi sistematici apportati attraverso telescopi e spettrografi). Ad ogni modo, poco dopo aver raggiunto il suo massimo fulgore, la nuova stella iniziò ad affievolirsi, scomparendo nel giro di pochi mesi.
Sette secoli più tardi, proprio nell’area celeste dove gli astronomi cinesi avevano accuratamente posizionato quella strana stella, dapprima l’astronomo e medico britannico John Bevis e, successivamente, Charles Messier scoprirono, attraverso i loro telescopi, la presenza di una nebulosa dalla struttura simile ad un crostaceo, come ebbe a disegnarla Lord Rosse nel 1844 osservandola col suo enorme telescopio newtoniano da 91 cm di diametro: proprio per questa inusuale caratteristica, tale oggetto venne amichevolmente definito con nomignolo di “nebulosa del granchio”. Lo stesso Messier incluse tale oggetto come primo nel suo famoso Catalogue des Nébuleuses et des Amas d'Étoiles pubblicato nel 1774.
I gas di cui è composta questa nebulosa, lontana ben 6.500 anni-luce dal Sistema Solare, si espandono alla velocità di circa un migliaio di chilometri al secondo: ed è questa la prova più tangibile del fatto che essa rappresenta il residuo di quella stella osservata nel 1.054, una mera supernova. I gas eiettati attraverso la drammatica esplosione sono stati nel frattempo rallentati dall’impatto con il mezzo interstellare circostante. Questo resto di supernova è certamente l’oggetto più studiato della sua categoria tanto che la sua forma, lo spettro, la composizione chimica, la polarizzazione, le onde radio e le emissioni X e gamma che da esso provengono sono stati accuratamente indagati attraverso tutti i telescopi a disposizione della comunità astronomica. E non solo.
All’interno della nebulosa - caratteristica ben visibile in questa bellissima ripresa effettuata dal nostro fotografo David Kralj da Trebiciano (TS) - si può scorgere ciò che resta della fu-stella supergigante che diede luogo alla supernova: una stella di neutroni, larga solo qualche decina di chilometri ma con una densità milioni di volte superiore a quella di una stella di tipo nana bianca. Sotto l’enorme pressione sviluppata, i nuclei atomici si frantumano scindendosi in neutroni, le uniche particelle pesanti ancora stabili in condizioni di estrema densità; i neutroni ed elettroni residui che in qualche modo sopravvivono in questo stato di densità estrema conferiscono al materiale uno stato superconduttore. Una stella di neutroni è un oggetto derivato dal collasso del solo nucleo della supergigante esplosa: nucleo la cui massa probabilmente non superava di 3-4 volte la massa del Sole. Alla sua superficie, la gravità è circa 100 miliardi di volte più intensa di quella percepita alla superficie del nostro pianeta: in altre parole, per sfuggire alla sua attrazione gravitazionale, bisognerebbe evadere da questa stella di neutroni ad una velocità almeno la metà di quella della luce. Ad ogni modo, la nebulosa si rende visibile proprio per l’energia irradiata dalla stella di neutroni centrale, vero motore della nebulosa.
Negli anni '60 del secolo scorso, a seguito degli studi teorici condotti sulle stelle di neutroni, la nebulosa del granchio focalizzò le attenzioni dell'astronomo italiano Franco Pacini, che indicò la presenza di una pulsar al suo interno quale causa dello splendore della nebulosa. Tale stella venne a tutti gli effetti individuata, nel 1968, dall'astrofisica britannica Jocelyn Bell.
La conservazione del momento angolare sull’enorme contrazione che ha subito la fu-supergigante prima di esplodere ha indotto il nucleo collassato a ruotare velocemente su se stesso: ogni secondo, infatti, la stella di neutroni della nebulosa del granchio compie 30 rotazioni sul proprio asse, visibile tramite il cosiddetto “effetto faro” degli stretti fasci di radiazione emessi da queste caratteristiche stelle. Quando la velocità degli elettroni è modesta rispetto a quella della luce, la radiazione emessa dalla stella avviene in tutte le direzioni; ma quando la velocità dell’elettrone si avvicina a quella della luce, la radiazione emessa dagli elettroni è diretta nella stessa direzione del loro moto che avviene, per l’appunto, lungo i poli magnetici della stella neutronica da cui l’effetto faro.
La compressione, subita parimenti dal campo magnetico primevo, ha indotto quello residuo ad essere molto intenso: le potenti onde elettromagnetiche intermittenti emesse dai poli magnetici della stella neutronica il cui asse magnetico non coincide con quello rotazionale, ne sono diretta conseguenza, dando così alla stella di neutroni l’aspetto di un faro cosmico, la cui frequenza è precisa come un orologio atomico. Tuttavia, secondo alcuni studi, la rotazione starebbe rallentando di circa 38 nanosecondi ogni giorno attraverso la perdita di materia sotto forma di vento stellare.
Espandendosi, le strutture gassose più dense (le aree di colore rosso-arancione) seguono le intricate linee di forza del campo magnetico che pervade l’intera nebulosa; nell’area centrale, quella più vicina alla stella di neutroni, particelle cariche in moto come gli elettroni si avvitano lungo queste linee di forza: in tali condizioni, gli elettroni perdono energia ed emettono la cosiddetta radiazione di sincrotrone, caratteristica per il suo colore azzurrino, visibile al centro della nebulosa.
I gas in espansione della nebulosa del granchio sono ricchi di ossigeno, calcio, silicio e ferro: tali elementi, creati dalla supernova e dalla stella progenitrice prima della fatale esplosione attraverso successive catene di fusione termonucleare, contribuiscono ad un arricchimento chimico della Galassia.
La scoperta della stella di neutroni del granchio, assieme alla conoscenza della sua età esatta, ha consentito la verifica di proprietà fisiche intrinseche di questo e di altri oggetti della stessa categoria: il ruolo di questa supernova per la comprensione scientifica dei resti di supernova è stato importantissimo, dal momento in cui nessun’altra supernova storica ha creato una pulsar la cui età precisa è nota con tale certezza.
Dati tecnici della ripresa:
autore: David Kralj (Centro Studi Astronomici Antares Trieste); luogo della ripresa: Trebiciano (TS); telescopio: Newton Skywatcher 250/1208 mm; camera: ZWO ASI 294MC PRO, raffreddata a -10°; filtro: Optolong L-pro a banda larga; pose: 24x300 sec + 10 dark + 20 flat; elaborazione: Pixinsight, Photoshop


